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Marco Tullio Cicerone
Indice articolo
Marco Tullio Cicerone
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di Emanuele Narducci

 

1. VITA E CARRIERA ORATORIA 

 

Arpino e  l'ambiente  familiare
Arpino, dove Marco Tullio Cicerone nacque nel 106 a. C., godeva ormai da tempo della cittadinanza romana a pieno titolo. Continuava a servirsi del voto orale, pronunciato a voce, laddove Roma da tempo si avvaleva del voto scritto, il quale almeno in teoria garantiva la segretezza dei suffragi. In un sistema clientelare, il voto orale permetteva, naturalmente, l'esercizio di pressioni di ogni genere sugli elettori. Proprio il nonno di Cicerone fu a suo tempo, nella municipalità di Arpino, il più tenace organizzatore della resistenza alla proposta popolare di introdurre il voto segreto su scheda: ciò gli valse gli elogi di membri influenti dell'aristocrazia della capitale, e forse una promessa di sostegno, qualora avesse desiderato intraprendere una carriera politica a Roma. Nel de legibus Cicerone ricorderà con orgoglio queste glorie della sua famiglia. I genitori erano di condizione economica e sociale più che discreta: il padre apparteneva all'ordine equestre, e la madre veniva da una famiglia che aveva già dato a Roma dei senatori. In più di un senso, la successiva ascesa sociale di Cicerone fu preparata dai legami che membri della sua famiglia - rappresentanti conservatori di una gentry di provincia con spiccato senso delle proprie prerogative di ceto - intrattenevano con alcune grandi casate romane.

L’asianesimo   giovanile
Cicerone si trasferì prestissimo a Roma, per compiervi gli studi. Già negli anni giovanili intraprese un’intensa attività di patronato processuale, che gli valse notorietà ed importanti legami. Lo stile dei suoi primi discorsi dimostra un’artificiosità che risente ancora moltissimo della maniera “asiana” di Ortensio, il più importante oratore della generazione precedente;del suo influsso Cicerone incominciò a liberarsi solo dopo un lungo viaggio di studio in Grecia e in Asia Minore, compiuto tra il 79 e il 77.  Nel 76 Cicerone fu questore in Sicilia, conquistandosi fama di amministratore onesto e scrupoloso. Alcuni anni dopo, nel 70, i Siciliani si rivolsero a lui per chiedergli di assumere il loro patrocinio nella causa da essi intentata contro l’ex governatore Verre, il quale si era dimostrato di una rapacità e di una crudeltà incredibili.

 IL PROCESSO DI VERRE

Actio prima in Verrem 
Accusando Verre, Cicerone si confrontava direttamente con Ortensio, che ne aveva assunto la difesa e che, insieme agli altri potenti sostenitori del suo cliente, cercò di ritardare lo svolgersi del dibattimento fino all’anno successivo: nel 69 Ortensio sarebbe entrato in carica come console, e avrebbe potuto influenzare più favorevolmente l’esito del processo. Cicerone bruciò i tempi attraverso una rapidissima istruttoria in Sicilia, e alla prima seduta, nell’agosto del 70, tenne una requisitoria assai breve, per quanto patetica e sconvolgente (Actio prima in Verrem), passando quasi immediatamente all’interrogatorio dei moltissimi testimoni a carico. Questa tattica processuale innovativa colse Ortensio del tutto alla sprovvista, e Verre fu costretto a fuggire in esilio per scampare all’inevitabile condanna.

La Actio secunda in Verrem: cinque discorsi fittizi   La necessità di forzare i tempi aveva costretto Cicerone a rinunciare a dispiegare pienamente le potenzialità del suo nuovo stile oratorio. Per mostrare quale avrebbe potuto essere la sua eloquenza se il processo si fosse svolto secondo la procedura abituale, e anche per divulgare un pamphlet teso a conquistargli simpatie nei più diversi strati della società, qualche tempo dopo egli pubblicò, in forma di arringa accusatoria suddivisa in cinque “discorsi” fittizi, il lunghissimo dossier sulle malefatte compiute da Verre nella sua carriera di amministratore (Actio secunda in Verrem).
 
Stile delle Verrinae 
In queste orazioni mai effettivamente tenute, Cicerone si sforzò di conservare l’andamento spontaneo, le movenze, le intonazioni e le inflessioni della parola vivente. La vittoria su Ortensio significò anche il trionfo di un nuovo stile oratorio, che quasi più niente concedeva al manierismo istrionesco. Del gusto asiano Cicerone mantiene un certo compiacimento per l’accumulazione e l’amplificazione a fini espressivi; ma le Verrinae (così si definisce il complesso delle orazioni contro Verre) limitano drasticamente la ricerca di effetti facili e stucchevoli, e sono caratterizzate da un periodare armonioso e complesso, la cui architettura desta un’impressione di gravità solenne. Cicerone tiene grande conto delle esigenze dell’orecchio e del ritmo, ma sa infondere ai suoi periodi vita ed energia superiori a quelle di alcuni tra i suoi grandi modelli greci. La narrazione è ricca dei colori e dei toni più vari, e spazia agilmente tra i più diversi registri dello stile; particolarmente notevoli sono i quadri di satira graffiante in cui Cicerone ritrae Verre e i membri del suo entourage.
 

IL CONSOLATO E LA LOTTA CONTRO CATILINA 
 
Proseguendo con regolarità la carriera politica e forense, Cicerone arrivò a ricoprire il consolato nel 63 a. C. Era la prima volta da molto tempo che un homo novus come lui -  cioè un personaggio privo di importanti tradizioni politiche familiari - riusciva ad arrivare così in alto. Il suo successo fu dovuto soprattutto al fatto che, in presenza di gravissime tensioni politiche e sociali, la nobiltà individuò in lui un candidato capace di sottrarre ai populares una parte dell’elettorato, e fece pertanto confluire su di lui tutti i voti che era in grado di mobilitare.
 
Le orazioni  Catilinariae 
Nell’anno del consolato Cicerone denunciò e represse il tentativo rivoluzionario messo in atto da un nobile spiantato e avventuriero, Lucio Sergio Catilina, che era riuscito a organizzare il malcontento e la disperazione di strati sociali diseredati. Le quattro orazioni Catilinariae, tenute di fronte sia al senato sia al popolo, documentano la lotta di Cicerone contro la sovversione nei termini di un’eloquenza spesso accesa e veemente, ma non aliena da spunti più razionali di analisi “sociologica” del quadro delle forze sociali in campo. Cicerone ottenne dal senato la condanna a morte, senza processo, dei complici di Catilina che era riuscito a fare arrestare. Di lì a pochi anni, questa decisione gli sarebbe costata l’esilio. 
 
 IL DECLINO POLITO E L'ESILIO
 
La linea politica perseguita da Cicerone durante il consolato prevedeva un’alleanza di aristocrazia e ordine equestre, allo scopo di porre un argine alle tendenze sovversive che serpeggiavano nella società. Nonostante la chiusura alle esigenze degli strati più disagiati, il progetto ciceroniano non era semplicemente “reazionario”; la sua più importante novità stava nel tentativo di rispondere alle esigenze di un blocco sociale composito e variegato, ancora alla ricerca di una coscienza politica unitaria: la “gente perbene”, ossia in sostanza i ceti possidenti di tutta l’Italia. La necessità di consolidare e orientare questo blocco sociale significava di per sé un superamento degli obiettivi tradizionali della politica romana, per lo più prigioniera di una lotta di fazioni e di cricche clientelari.
Gli elementi centrali della coalizione auspicata da Cicerone, l’ordine senatorio e l’ordine equestre, restavano tuttavia divisi da conflitti politici e di interesse, destinati a rinfocolarsi una volta passata la necessità di fare fronte comune contro il pericolo catilinario. Intanto andava delineandosi la supremazia dei grandi “potentati”, Cesare, Pompeo e Crasso, che nel 60 si sarebbero uniti nel cosidetto «primo triumvirato», accordo segreto in vista della spartizione del potere. Cicerone vide rapidamente sgretolarsi il consenso intorno alla propria linea politica, e divenne oggetto di attacchi ripetuti, concentrati soprattutto sull’esecuzione sommaria dei complici di Catilina. Nel 58 Publio Clodio - un tribuno che rivelò formidabili capacità nell’agitazione demagogica del proletariato urbano e nella sua organizzazione in vere e proprie bande armate, fino a gettare Roma in uno stato di anarchia - riuscì a far condannare Cicerone all’esilio.
 
 LA NUOVA POLITICA DI CICERONE
 
Eloquenza nutrita   di filosofia 
Richiamato a Roma nel 57 grazie allo schiarirsi della situazione politica, Cicerone fornì negli interventi del periodo successivo una nuova versione del suo progetto politico, e una rilettura delle proprie esperienze alla luce di una meditazione filosofica che da allora in poi lasciò tracce importantissime nella sua eloquenza.
 
L'orazione  De domo sua
Così nella De domo sua (57 a. C.) -  il discorso tenuto di fronte al collegio dei pontefici per rientrare in possesso dell’area dove sorgeva la sua casa, che Clodio aveva fatto demolire per edificare al suo posto un tempietto di Libertas -  Cicerone polemizza con quanti avevano criticato la scarsa fermezza d’animo che egli avrebbe mostrato durante il suo esilio. Proprio la grandezza della sofferenza che aveva provato, dava la misura del suo sacrificio in favore della patria; e quella sofferenza, spiega l’oratore, lo aveva reso consapevole dell’impossibilità di affrontare le privazioni conseguenti alla calamità dell’esilio con una saggezza di tipo stoico; perciò Cicerone rivendica, contro la “indifferenza al dolore” propagandata dagli stoici, l’opportunità di lasciarsi guidare, nelle proprie reazioni, da un “senso comune” che non può giudicare “indifferente” quanto di bene o di male può capitare nella vita (il concetto veniva dalla polemica accademico-peripatetica, cioè dei seguaci di Platone e di Aristotele, contro i paradossi dell’etica stoica).
 
La Pro Sestio: il nuovo programma politico di Cicerone 
Tra le orazioni di questo periodo spicca - in quanto vero e proprio “manifesto” del nuovo programma politico di Cicerone — la Pro Sestio (56 a. C.), difesa di un personaggio che veniva citato in giudizio dai partigiani di Clodio per gli episodi di violenza connessi con la sua attività in favore del richiamo di Cicerone. In questo discorso si mostra al suo meglio una della peculiarità più caratteristiche dell’eloquenza di Cicerone, la capacità di inquadrare il singolo caso in dibattimento in un contesto politico, sociale e culturale assi più vasto e generale. L’oratore rintraccia una perpetua divisione del corpo cittadino tra sostenitori dell’ordine costituito e della fedeltà alla funzione direttiva del senato, e fautori del disordine, della sommossa, della sedizione. Egli si sforza di indicare ai giovani desiderosi di intraprendere la carriera politica un altissimo ideale di servizio verso lo stato, fondato sulla ricerca di una “vera gloria” (un altro concetto di derivazione filosofica), del tutto indipendente dal momentaneo successo che deriva dalla compiacenza verso i “capricci” del popolo. I leaders della gente “perbene” hanno il compito di garantire l’ordine e la tranquillità sociale reprimendo ogni conato sedizioso; essi sono chiamati a interpretare e a dirigere la volontà di un’opinione pubblica rappresentata, in tutta l’Italia, da quanti, indipendentemente dalla loro collocazione nella gerarchia sociale, godono di buona salute economica e morale, ed avversano pertanto la sovversione; un’opinione pubblica di fronte alla quale i leaders politici sono fatti responsabili delle loro scelte: il governo dell’aristocrazia trova così una giustificazione che va al di là della consuetudine autoritaria all’esercizio del potere. 
 
La Pro Caelio  e la questione giovanile 
Meno di un mese dopo la Pro Sestio Cicerone tornò a occuparsi dell’educazione dei giovani nella Pro Caelio, la difesa di un suo vecchio allievo nell’eloquenza, ora accusato di atti di violenza politica. Fino a poco prima Celio era stato l’amante di Clodia, sorella del tribuno (probabilmente la “Lesbia” di Catullo), la quale sembra intendesse presentarsi in tribunale per aggiungere ai già pesantissimi capi di imputazione contro Celio quello di avere tentato di avvelenarla.
La Pro Caelio è una delle orazioni più divertenti e brillanti di Cicerone, senz’altro uno dei suoi capolavori. Nell’intento di pilotare i giudici attraverso gli stati d’animo più diversi, Cicerone si avvale di una pittoresca alternanza di toni e di registri, che lascia emergere di preferenza la vena brillante, ironica, talora apertamente comica.
 
Umorismo  e comicità  nella Pro Caelio 
Clodia è ridicolizzata come un’innamorata respinta, indotta esclusivamente dalla gelosia a farsi l’unica regista delle manovre contro Celio. L’oratore fa dei costumi sessuali notoriamente liberi di Clodia l’oggetto dell’ilarità degli ascoltatori, mentre dipinge il suo cliente come un giovane morigerato, solo momentaneamente traviato dalle arti di una donnaccia; e di qui prende lo spunto per formulare, tra il serio e il faceto, l’ideale di un’educazione tollerante nei confronti dei piccoli capricci, o delle momentanee deviazioni morali e politiche di tanti giovani della Roma contemporanea.
 
Una nuova   educazione
Al di là del tono brillante e mondano, la ricerca di un’etica lontana dal rigore arcaico, più adeguata a una società ormai ricca e agiata, corriponde a un’esigenza costante da parte di Cicerone. Nella Pro Caelio egli ha inteso tra l’altro rendere in qualche modo più “umano” e più praticabile l’alto ideale di servizio verso lo stato già additato ai giovani nella Pro Sestio: alla buona causa sono recuperabili anche giovani che l’ardore dell’età e l’esuberanza del talento hanno spinto ad avventurarsi lungo strade poco raccomandabili
 
 
IL PROCESSO DI MILONE E LA GUERRA CIVILE
 
Negli anni successivi Cicerone fu spesso costretto, con fortissime pressioni, a farsi portavoce delle esigenze politiche dei triumviri, e a difendere vari personaggi a loro legati. A Roma continuavano intanto a imperversare le bande armate di Clodio, cui si opponevano quelle arruolate da Milone, un fautore del senato. Clodio rimase ucciso in uno scontro avvenuto nella campagna romana, nel gennaio del 52. La rabbia della plebe urbana esplose con una violenza senza precedenti.
 
Pro Milone: discorso reale e discorso fittizio
Cicerone, che difese Milone in una situazione di fortissima tensione, ebbe un cedimento di nervi, e pronunciò uno dei suoi discorsi più fiacchi; il suo cliente venne condannato, e dové fuggire in esilio. Ma la Pro Milone che noi possediamo non è lo scialbo discorso che Cicerone pronunciò in quell’occasione; è frutto, invece, di una rielaborazione successiva: si tratta di un vero capolavoro, che combina in maniera magistrale la scaltrezza dell’avvocato e il soffio possente del grande oratore. 
 
Cicerone nella guerra civile 
Allo scoppio della guerra civile, nel 49, Cicerone aderì senza entusiasmo alla causa del senato e di Pompeo; dopo la vittoria di Cesare, si tenne per lo più in disparte dalla vita politica, cercando tuttavia di rendere il regime meno autoritario: per questo perorò di fronte al dittatore le cause di alcuni personaggi che avevano combattuto al fianco di Pompeo. 
 
LA LOTTA CONTRO ANTONIO
 
Negli anni della dittatura di Cesare le amarezze politiche si accompagnarono per Cicerone ai dolori personali: il più grave fu la perdita della figlia Tullia. Nel 44 salutò con giubilo l’uccisione di Cesare; ma nuovi pericoli per la res publica si profilarono quando Antonio, il più stretto collaboratore del dittatore, mostrò chiaramente di volerne assumere l’eredità. Intanto entrava in scena un nuovo personaggio, il giovanissimo Ottaviano, l’erede per adozione di Cesare, con un esercito ai propri comandi. Cicerone assunse di nuovo un ruolo politico di primo piano; egli intendeva evitare la saldatura tra i potentati di Ottaviano e di Antonio, facendo del primo un sostenitore del senato.
 
Le orazioni  Philippicae 
Per indurre il senato a dichiarare guerra ad Antonio, Cicerone pronunciò, a partire dell’estate del 44, una serie di orazioni politiche, le Philippicae (il titolo, che risale a una definizione scherzosa dello stesso Cicerone, intendeva sottolineare il legame ideale con i celebri discorsi nei quali Demostene, il più grande oratore ateniesie del IV sec. a. C., aveva combattuto le pretese all’egemonia di Filippo di Macedonia). Uno solo dei discorsi, il secondo, un attacco di violenza inaudita, non venne effettivamente pronunciato, ma fatto circolare come pamphlet.
 Nelle Philippicae Antonio è dipinto come un volgare bandito, programmatore di proscrizioni e di confische. Con sapiente varietà i vivacissimi quadri satirici di Antonio e del suo seguito di miserabili figuri, assetati del sangue della gente perbene e rapacemente incombenti sui loro patrimoni, sono alternati con i toni appassionati e magniloquenti. Cicerone ribadisce spesso come una morte gloriosa sia preferibile alla schiavitù che si cela sotto l’apparenza della pace. Cariche di tematiche filosofiche, di trattazioni sulla “vera gloria” e su una virtus che costituisce l’unico elemento saldo nell’incerta mutevolezza di ogni cosa, queste orazioni traducono sul terreno di una pubblicistica contingente il codice etico di un’aristocrazia ormai giunta al termine della sua parabola storica. Le Philippicae costituiscono anche un tentativo assai ardito di influenzare l’opinione pubblica: diffusi probabilmente l’uno di seguito all’altro, i testi di questi discorsi lanciavano in tutto il mondo romano dei programmi che fissavano di volta in volta l’obiettivo da raggiungere nella lotta contro Antonio.
 
Morte di Cicerone
Dopo aver dato l’illusione di voler collaborare con il senato e con i cesaricidi, Ottaviano si alleò tuttavia con Antonio e con un altro capo cesariano, Lepido, instaurando una nuova dittatura (secondo triumvirato): Cicerone venne ucciso nel dicembre del 43 a. C.
 
Il senso di un'esperienza politica e intellettuale 
La determinazione con la quale si era lanciato nella sua ultima battaglia politica era stata senza dubbio rafforzata dalla meditazione filosofica. Nel periodo tra l’esilio e la morte egli aveva infatti affrontato il compito grandioso e nuovo dell’ammodernamento del pensiero politico e della morale romana. Nella funzione che egli aveva attribuito alla cultura per la salvezza dalla crisi dello stato, vi era forse una sopravvalutazione del ruolo storico dell’intellettuale, ma anche la nobilissima aspirazione a non anteporre l’egoismo, il cinismo e il culto della forza alla civiltà del confronto politico.