| Marco Tullio Cicerone |
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di Emanuele Narducci
1. VITA E CARRIERA ORATORIA
Arpino e l'ambiente familiare
L’asianesimo giovanile
Cicerone si trasferì prestissimo a Roma, per compiervi gli studi. Già negli anni giovanili intraprese un’intensa attività di patronato processuale, che gli valse notorietà ed importanti legami. Lo stile dei suoi primi discorsi dimostra un’artificiosità che risente ancora moltissimo della maniera “asiana” di Ortensio, il più importante oratore della generazione precedente;del suo influsso Cicerone incominciò a liberarsi solo dopo un lungo viaggio di studio in Grecia e in Asia Minore, compiuto tra il 79 e il 77. Nel 76 Cicerone fu questore in Sicilia, conquistandosi fama di amministratore onesto e scrupoloso. Alcuni anni dopo, nel 70, i Siciliani si rivolsero a lui per chiedergli di assumere il loro patrocinio nella causa da essi intentata contro l’ex governatore Verre, il quale si era dimostrato di una rapacità e di una crudeltà incredibili. IL PROCESSO DI VERRE
Actio prima in Verrem
La Actio secunda in Verrem: cinque discorsi fittizi
La necessità di forzare i tempi aveva costretto Cicerone a rinunciare a dispiegare pienamente le potenzialità del suo nuovo stile oratorio. Per mostrare quale avrebbe potuto essere la sua eloquenza se il processo si fosse svolto secondo la procedura abituale, e anche per divulgare un pamphlet teso a conquistargli simpatie nei più diversi strati della società, qualche tempo dopo egli pubblicò, in forma di arringa accusatoria suddivisa in cinque “discorsi” fittizi, il lunghissimo dossier sulle malefatte compiute da Verre nella sua carriera di amministratore (Actio secunda in Verrem).
Stile delle Verrinae
In queste orazioni
mai effettivamente tenute, Cicerone si sforzò di conservare l’andamento
spontaneo, le movenze, le intonazioni e le inflessioni della parola vivente. La
vittoria su Ortensio significò anche il trionfo di un nuovo stile oratorio, che
quasi più niente concedeva al manierismo istrionesco. Del gusto asiano Cicerone
mantiene un certo compiacimento per l’accumulazione e l’amplificazione a fini
espressivi; ma le Verrinae (così si definisce il complesso delle orazioni
contro Verre) limitano drasticamente la ricerca di effetti facili e stucchevoli,
e sono caratterizzate da un periodare armonioso e complesso, la cui architettura
desta un’impressione di gravità solenne. Cicerone tiene grande conto delle
esigenze dell’orecchio e del ritmo, ma sa infondere ai suoi periodi vita ed
energia superiori a quelle di alcuni tra i suoi grandi modelli greci. La
narrazione è ricca dei colori e dei toni più vari, e spazia agilmente tra i più
diversi registri dello stile; particolarmente notevoli sono i quadri di satira
graffiante in cui Cicerone ritrae Verre e i membri del suo
entourage.
IL CONSOLATO E LA LOTTA CONTRO CATILINA
Proseguendo con regolarità la carriera politica e forense,
Cicerone arrivò a ricoprire il consolato nel 63 a. C. Era la prima volta da
molto tempo che un homo novus come lui - cioè un personaggio privo di
importanti tradizioni politiche familiari - riusciva ad arrivare così in alto.
Il suo successo fu dovuto soprattutto al fatto che, in presenza di gravissime
tensioni politiche e sociali, la nobiltà individuò in lui un candidato capace di
sottrarre ai populares una parte dell’elettorato, e fece pertanto
confluire su di lui tutti i voti che era in grado di mobilitare.
Le orazioni Catilinariae
Nell’anno del consolato Cicerone denunciò e represse il tentativo rivoluzionario messo in atto da un nobile spiantato e avventuriero, Lucio Sergio Catilina, che era riuscito a organizzare il malcontento e la disperazione di strati sociali diseredati. Le quattro orazioni Catilinariae, tenute di fronte sia al senato sia al popolo, documentano la lotta di Cicerone contro la sovversione nei termini di un’eloquenza spesso accesa e veemente, ma non aliena da spunti più razionali di analisi “sociologica” del quadro delle forze sociali in campo. Cicerone ottenne dal senato la condanna a morte, senza processo, dei complici di Catilina che era riuscito a fare arrestare. Di lì a pochi anni, questa decisione gli sarebbe costata l’esilio.
IL DECLINO POLITO E L'ESILIO
La linea politica perseguita da Cicerone durante il consolato prevedeva un’alleanza di aristocrazia e ordine equestre, allo scopo di porre un argine alle tendenze sovversive che serpeggiavano nella società. Nonostante la chiusura alle esigenze degli strati più disagiati, il progetto ciceroniano non era semplicemente “reazionario”; la sua più importante novità stava nel tentativo di rispondere alle esigenze di un blocco sociale composito e variegato, ancora alla ricerca di una coscienza politica unitaria: la “gente perbene”, ossia in sostanza i ceti possidenti di tutta l’Italia. La necessità di consolidare e orientare questo blocco sociale significava di per sé un superamento degli obiettivi tradizionali della politica romana, per lo più prigioniera di una lotta di fazioni e di cricche clientelari.
Gli elementi centrali della coalizione auspicata da Cicerone, l’ordine senatorio e l’ordine equestre, restavano tuttavia divisi da conflitti politici e di interesse, destinati a rinfocolarsi una volta passata la necessità di fare fronte comune contro il pericolo catilinario. Intanto andava delineandosi la supremazia dei grandi “potentati”, Cesare, Pompeo e Crasso, che nel 60 si sarebbero uniti nel cosidetto «primo triumvirato», accordo segreto in vista della spartizione del potere. Cicerone vide rapidamente sgretolarsi il consenso intorno alla propria linea politica, e divenne oggetto di attacchi ripetuti, concentrati soprattutto sull’esecuzione sommaria dei complici di Catilina. Nel 58 Publio Clodio - un tribuno che rivelò formidabili capacità nell’agitazione demagogica del proletariato urbano e nella sua organizzazione in vere e proprie bande armate, fino a gettare Roma in uno stato di anarchia - riuscì a far condannare Cicerone all’esilio.
LA NUOVA POLITICA DI CICERONE
Eloquenza nutrita di filosofia
Richiamato a Roma nel 57 grazie allo schiarirsi della
situazione politica, Cicerone fornì negli interventi del periodo successivo una
nuova versione del suo progetto politico, e una rilettura delle proprie
esperienze alla luce di una meditazione filosofica che da allora in poi lasciò
tracce importantissime nella sua eloquenza.
L'orazione De domo
sua
Così nella De domo sua (57 a. C.) - il discorso tenuto di fronte al collegio dei pontefici per rientrare in possesso dell’area dove sorgeva la sua casa, che Clodio aveva fatto demolire per edificare al suo posto un tempietto di Libertas - Cicerone polemizza con quanti avevano criticato la scarsa fermezza d’animo che egli avrebbe mostrato durante il suo esilio. Proprio la grandezza della sofferenza che aveva provato, dava la misura del suo sacrificio in favore della patria; e quella sofferenza, spiega l’oratore, lo aveva reso consapevole dell’impossibilità di affrontare le privazioni conseguenti alla calamità dell’esilio con una saggezza di tipo stoico; perciò Cicerone rivendica, contro la “indifferenza al dolore” propagandata dagli stoici, l’opportunità di lasciarsi guidare, nelle proprie reazioni, da un “senso comune” che non può giudicare “indifferente” quanto di bene o di male può capitare nella vita (il concetto veniva dalla polemica accademico-peripatetica, cioè dei seguaci di Platone e di Aristotele, contro i paradossi dell’etica stoica).
La Pro Sestio: il nuovo programma politico di Cicerone
Tra le orazioni di questo periodo spicca - in quanto vero e proprio “manifesto” del nuovo programma politico di Cicerone — la Pro Sestio (56 a. C.), difesa di un personaggio che veniva citato in giudizio dai partigiani di Clodio per gli episodi di violenza connessi con la sua attività in favore del richiamo di Cicerone. In questo discorso si mostra al suo meglio una della peculiarità più caratteristiche dell’eloquenza di Cicerone, la capacità di inquadrare il singolo caso in dibattimento in un contesto politico, sociale e culturale assi più vasto e generale. L’oratore rintraccia una perpetua divisione del corpo cittadino tra sostenitori dell’ordine costituito e della fedeltà alla funzione direttiva del senato, e fautori del disordine, della sommossa, della sedizione. Egli si sforza di indicare ai giovani desiderosi di intraprendere la carriera politica un altissimo ideale di servizio verso lo stato, fondato sulla ricerca di una “vera gloria” (un altro concetto di derivazione filosofica), del tutto indipendente dal momentaneo successo che deriva dalla compiacenza verso i “capricci” del popolo. I leaders della gente “perbene” hanno il compito di garantire l’ordine e la tranquillità sociale reprimendo ogni conato sedizioso; essi sono chiamati a interpretare e a dirigere la volontà di un’opinione pubblica rappresentata, in tutta l’Italia, da quanti, indipendentemente dalla loro collocazione nella gerarchia sociale, godono di buona salute economica e morale, ed avversano pertanto la sovversione; un’opinione pubblica di fronte alla quale i leaders politici sono fatti responsabili delle loro scelte: il governo dell’aristocrazia trova così una giustificazione che va al di là della consuetudine autoritaria all’esercizio del potere.
La Pro Caelio e la questione giovanile
Meno di un mese dopo la Pro Sestio Cicerone tornò a occuparsi dell’educazione dei giovani nella Pro Caelio, la difesa di un suo vecchio allievo nell’eloquenza, ora accusato di atti di violenza politica. Fino a poco prima Celio era stato l’amante di Clodia, sorella del tribuno (probabilmente la “Lesbia” di Catullo), la quale sembra intendesse presentarsi in tribunale per aggiungere ai già pesantissimi capi di imputazione contro Celio quello di avere tentato di avvelenarla.
La Pro Caelio è una delle orazioni più divertenti e brillanti di Cicerone, senz’altro uno dei suoi capolavori. Nell’intento di pilotare i giudici attraverso gli stati d’animo più diversi, Cicerone si avvale di una pittoresca alternanza di toni e di registri, che lascia emergere di preferenza la vena brillante, ironica, talora apertamente comica.
Umorismo e comicità nella Pro Caelio
Clodia è ridicolizzata come un’innamorata respinta, indotta esclusivamente dalla gelosia a farsi l’unica regista delle manovre contro Celio. L’oratore fa dei costumi sessuali notoriamente liberi di Clodia l’oggetto dell’ilarità degli ascoltatori, mentre dipinge il suo cliente come un giovane morigerato, solo momentaneamente traviato dalle arti di una donnaccia; e di qui prende lo spunto per formulare, tra il serio e il faceto, l’ideale di un’educazione tollerante nei confronti dei piccoli capricci, o delle momentanee deviazioni morali e politiche di tanti giovani della Roma contemporanea.
Una nuova educazione
Al di là del tono brillante e mondano, la ricerca di
un’etica lontana dal rigore arcaico, più adeguata a una società ormai ricca e
agiata, corriponde a un’esigenza costante da parte di Cicerone. Nella Pro
Caelio egli ha inteso tra l’altro rendere in qualche modo più “umano” e più
praticabile l’alto ideale di servizio verso lo stato già additato ai giovani
nella Pro Sestio: alla buona causa sono recuperabili anche giovani che
l’ardore dell’età e l’esuberanza del talento hanno spinto ad avventurarsi lungo
strade poco raccomandabili
IL PROCESSO DI MILONE E LA GUERRA CIVILE
Negli anni successivi Cicerone fu spesso costretto, con fortissime pressioni, a farsi portavoce delle esigenze politiche dei triumviri, e a difendere vari personaggi a loro legati. A Roma continuavano intanto a imperversare le bande armate di Clodio, cui si opponevano quelle arruolate da Milone, un fautore del senato. Clodio rimase ucciso in uno scontro avvenuto nella campagna romana, nel gennaio del 52. La rabbia della plebe urbana esplose con una violenza senza precedenti.
Pro Milone: discorso reale e discorso
fittizio
Cicerone, che difese Milone in una situazione di fortissima tensione, ebbe un cedimento di nervi, e pronunciò uno dei suoi discorsi più fiacchi; il suo cliente venne condannato, e dové fuggire in esilio. Ma la Pro Milone che noi possediamo non è lo scialbo discorso che Cicerone pronunciò in quell’occasione; è frutto, invece, di una rielaborazione successiva: si tratta di un vero capolavoro, che combina in maniera magistrale la scaltrezza dell’avvocato e il soffio possente del grande oratore.
Cicerone nella guerra civile
Allo scoppio della guerra civile, nel 49, Cicerone aderì senza entusiasmo alla causa del senato e di Pompeo; dopo la vittoria di Cesare, si tenne per lo più in disparte dalla vita politica, cercando tuttavia di rendere il regime meno autoritario: per questo perorò di fronte al dittatore le cause di alcuni personaggi che avevano combattuto al fianco di Pompeo.
LA LOTTA CONTRO ANTONIO
Negli anni della dittatura di Cesare le amarezze politiche si accompagnarono per Cicerone ai dolori personali: il più grave fu la perdita della figlia Tullia. Nel 44 salutò con giubilo l’uccisione di Cesare; ma nuovi pericoli per la res publica si profilarono quando Antonio, il più stretto collaboratore del dittatore, mostrò chiaramente di volerne assumere l’eredità. Intanto entrava in scena un nuovo personaggio, il giovanissimo Ottaviano, l’erede per adozione di Cesare, con un esercito ai propri comandi. Cicerone assunse di nuovo un ruolo politico di primo piano; egli intendeva evitare la saldatura tra i potentati di Ottaviano e di Antonio, facendo del primo un sostenitore del senato.
Le orazioni Philippicae
Per indurre il senato a dichiarare guerra ad Antonio, Cicerone pronunciò, a partire dell’estate del 44, una serie di orazioni politiche, le Philippicae (il titolo, che risale a una definizione scherzosa dello stesso Cicerone, intendeva sottolineare il legame ideale con i celebri discorsi nei quali Demostene, il più grande oratore ateniesie del IV sec. a. C., aveva combattuto le pretese all’egemonia di Filippo di Macedonia). Uno solo dei discorsi, il secondo, un attacco di violenza inaudita, non venne effettivamente pronunciato, ma fatto circolare come pamphlet.
Nelle Philippicae Antonio è dipinto come un volgare bandito, programmatore di proscrizioni e di confische. Con sapiente varietà i vivacissimi quadri satirici di Antonio e del suo seguito di miserabili figuri, assetati del sangue della gente perbene e rapacemente incombenti sui loro patrimoni, sono alternati con i toni appassionati e magniloquenti. Cicerone ribadisce spesso come una morte gloriosa sia preferibile alla schiavitù che si cela sotto l’apparenza della pace. Cariche di tematiche filosofiche, di trattazioni sulla “vera gloria” e su una virtus che costituisce l’unico elemento saldo nell’incerta mutevolezza di ogni cosa, queste orazioni traducono sul terreno di una pubblicistica contingente il codice etico di un’aristocrazia ormai giunta al termine della sua parabola storica. Le Philippicae costituiscono anche un tentativo assai ardito di influenzare l’opinione pubblica: diffusi probabilmente l’uno di seguito all’altro, i testi di questi discorsi lanciavano in tutto il mondo romano dei programmi che fissavano di volta in volta l’obiettivo da raggiungere nella lotta contro Antonio. Morte di Cicerone
Dopo aver dato l’illusione di voler collaborare con il senato e con i cesaricidi, Ottaviano si alleò tuttavia con Antonio e con un altro capo cesariano, Lepido, instaurando una nuova dittatura (secondo triumvirato): Cicerone venne ucciso nel dicembre del 43 a. C.
Il senso di un'esperienza politica e intellettuale
La determinazione con la quale si era lanciato nella sua ultima battaglia politica era stata senza dubbio rafforzata dalla meditazione filosofica. Nel periodo tra l’esilio e la morte egli aveva infatti affrontato il compito grandioso e nuovo dell’ammodernamento del pensiero politico e della morale romana. Nella funzione che egli aveva attribuito alla cultura per la salvezza dalla crisi dello stato, vi era forse una sopravvalutazione del ruolo storico dell’intellettuale, ma anche la nobilissima aspirazione a non anteporre l’egoismo, il cinismo e il culto della forza alla civiltà del confronto politico.
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2. LE OPERE RETORICHE
ELOQUENZA E FILOSOFIA NEL DE ORATORE
Il De oratore, composto nel 55 a. C., è un dialogo in tre libri: un
dibattito sulla natura e la funzione dell’eloquenza, ambientato nel 91 a. C., al
quale Cicerone immagina prendano parte i più insigni oratori dei tempi della sua
giovinezza, tra i quali Antonio e Crasso.
Forma letteraria del De
oratore
La forma letteraria del De
oratore (esemplata sui dialoghi di Platone e di Aristotele)costituisce una
novità assoluta nella cultura romana: i precetti della retorica non sono esposti
in maniera sistematica e didascalica, ma in un dialogo che ha l’andamento
ondeggiante della conversazione reale; e l’aridità dei manuali è superata
facendo delle scelte retoriche un’espressione della personalità dell’oratore,
fondata in primo luogo su una prodigiosa esperienza del foro e dei tribunali
romani.
Funzione dei personaggi di
Antonio e Crasso
Pur dividendo tra Antonio e Crasso le diverse sfumature delle sue opinioni, Cicerone affida soprattutto al secondo il compito di farsi portavoce dell’ideale di un oratore nutrito di cultura vastissima, che abbracci la letteratura, la storia, la filosofia, la giurisprudenza, ed elementi delle discipline più disparate. L’insistenza di Crasso sui valori che devono essere alla base della formazione dell’oratore gli permette di conferire all’eloquenza una dimensione pienamente civile e politica. Antonio, viceversa, privilegia nell’eloquenza gli aspetti, moralmente “neutrali”, che ne fanno un formidabile strumento di vittoriosa persuasione, indipendentemente dalla qualità etica e politica dei fini. Egli insiste moltissimo sulla necessità di concitare nell’uditorio le emozioni più violente, al fine di sbaragliarne le difese razionali (un punto che stava a cuore a Cicerone, il quale faceva del pathos uno dei punti di forza della propria oratoria). Perciò Antonio non è niente di più di un grandissimo avvocato: in lui Cicerone sembra quasi raffigurare questo aspetto, niente affatto trascurabile, della propria stessa personalità.
L’oratore ideale
L’oratore ideale che
Crasso dipinge combacia largamente con l’ideale di uomo politico che Cicerone
raffigurerà nel De re publica. Al fine di poter incidere con la forza
della parola in ogni settore dell’esperienza umana, all’oratore è richiesta -
oltre alla piena padronanza delle tecniche retoriche della persuasione - una
vastissima cultura generale, al cui interno un ruolo privilegiato è attribuito
alla filosofia morale: insegnando a leggere nei cuori, questa si rivela della
massima utilità per agire con efficacia sull’animo degli ascoltatori, ma è anche
un mezzo per educare l’oratore al rispetto dei valori sui quali poggia la res
publica.
La concezione dell’unità della cultura
La concezione
ciceroniana dell’unità della cultura risponde anche alla preoccupazione di
mantenere unite le forme di sapere che concorrono al rafforzamento del potere
dell’aristocrazia. Per custodire, con la propria autorevolezza, le istituzioni e
le tradizioni, l’oratore deve essere insieme filosofo, giurista e uomo di stato.
Così Cicerone fonda la supremazia dell’oratore - prima che sul suo rango sociale
o sulla vastità delle clientele - sull’autorità morale e politica, sulla vasta
formazione culturale che si traduce in una superiore capacità di valutazione dei
comportamenti. Ma altrettanto importante è l’intento di affermare la dimensione
“artistica” dell’eloquenza: di qui la frequente insistenza sul piacere che essa
provoca agli ascoltatori.
LA STORIA DELL'ELOQUENZA ROMANA DEL BRUTUS
Cicerone e gli
atticisti
Nel Brutus, composto nel 46 a. C. sotto la dittatura
di Cesare, Cicerone riprese, dopo diversi anni, la riflessione sull’oratoria. Da
qualche tempo gli orientamenti fondamentali della sua eloquenza venivano messi
in discussione da un gruppo di oratori più giovani, i cosiddetti atticisti. Le
loro preferenze andavano a uno stile piano, conciso, incisivo, per il quale si
ispiravano a modelli dell’eloquenza ateniese come Lisia; criticavano Cicerone
per non avere preso sufficienti distanze dallo stile “asiano”: egli appariva
loro troppo ridondante di parole e troppo attento agli effetti del ritmo e della
sonorità.
Cicerone come culmine dell’oratoria romana
Anche il Brutus è un dialogo, che ha per protagonisti l’autore stesso,
l’amico Attico e Bruto. Dedicando l’opera a quest’ultimo, Cicerone si proponeva
di sottrarre all’influenza degli atticisti un personaggio che gli pareva ben
avviato verso la carriera di oratore. Egli si sforzò di delineare le proprie
preferenze stilistiche nel quadro di una storia dell’eloquenza romana, dalle
origini fino all’epoca attuale, ricostruita con grande talento di critico
letterario. In questo contesto Cicerone colloca la propria stessa produzione,
puntando a enucleare le caratteristiche salienti che avevano fatto del suo stile
oratorio il più originale che Roma avesse mai conosciuto: la mirabile varietà
dei toni, la capacità di mettere in luce le implicazioni generali delle cause in
questione, l’abbondante uso dell’umorismo, il ricorso alla filosofia e alla
storia, la sovrana abilità nel pilotare le emozioni dell’uditorio
La dittatura opprime l’eloquenza
Il Brutus è tuttavia percorso da una fortissima vena
di pessimismo sulle sorti future dell’eloquenza romana, che trova talora
espressione in toni di struggente malinconia: dopo una splendida fioritura,
culminata con lo stesso Cicerone, l’oratoria appare avviata a un inesorabile
declino, dal momento che la dittatura di Cesare ormai inibisce la libera
espressione politica e chiude ogni spazio ai nuovi talenti.
Contro gli atticisti: necessità di uno stile vario e
potente
La linea di difesa
adottata da Cicerone nei confronti degli atticisti consiste in primo luogo in
una ridefinizione dello stesso “stile attico”, la quale, contro allo stile
smagrito ed esangue di Lisia, privilegia il modello di Demostene, l’oratore più
grande e più vario che Atene avesse conosciuto. Ma nei confronti degli atticisti
Cicerone avanza anche una seconda importante obiezione: il valore dell’eloquenza
si misura sulla capacità di persuadere larghe masse di persone; quindi il metro
per giudicare l’eloquenza deve essere costituito dal successo che essa riscuote
presso il popolo, prima che dal parere degli intenditori dall’orecchio raffinato
e dal gusto elegante. Si richiede pertanto non uno stile sobrio e misurato quale
quello che gli atticisti privilegiavano, ma uno stile dagli effetti potenti e
grandiosi, tali da scuotere in profondità le coscienze.
L’Orator
La polemica con gli atticisti continuò
nell’Orator, un trattato anch’esso dedicato a Bruto: tesi fondamentale
dell’opera è che l’oratore veramente grande sa eccellere in tutti i registri
dello stile, e in particolar modo in quello “grandioso” e commovente, capace di
smuovere con violenza gli animi degli ascoltatori: una capacità che, a giudizio
di Cicerone, mancava totalmente all’eloquenza troppo controllata degli
atticisti.
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3. I DIALOGHI POLITICI: DE RE PUBLICA E DE LEGIBUS
Le opere politiche di Cicerone nascono, al pari delle successive opere
filosofiche, dal bisogno di cercare un risposta alla gravissima crisi politica e
morale che Roma stava attraversando. Il De re publica fu pubblicato nel
51 a. C.: è un dialogo in sei libri (pervenutoci in condizioni assai lacunose),
ambientato nel 129 a. C., cui intervengono Scipione Emiliano e altri membri
della sua cerchia; la conversazione ha per oggetto quale sia la migliore forma
di stato.
La “costituzione mista”
Cicerone riprende da diversi pensatori greci (tra i quali lo storico Polibio) la dottrina della cosiddetta “costituzione mista”.In base a questa teoria, le tre forme fondamentali di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia) sono viste come inevitabilmente soggette a degenerare nelle rispettive forme “estreme” della tirannide, della oligarchia (governo dei pochi) e della oclocrazia (governo della feccia del popolo). Per questo è necessario il contemperamento di elementi delle tre diverse costituzioni in una forma statale equilibrata, tale da prevenire le tendenze degenerative. La costituzione mista si realizza nel modo più compiuto nello stato romano, dove l’elemento monarchico si rispecchia nel consolato, l’elemento aristocratico nel senato, e quello democratico nei comizi popolari.
"Storicismo” di Cicerone"
Si nota qui una divergenza fondamentale dalla
Repubblica di Platone, che pure ha fornito lo spunto all’elaborazione
dell’opera: Cicerone non pensa a uno stato “ideale”, costruito in base a un
modello teorico; secondo una visione di tipo “storicistico”, lo stato che più si
avvicina all’ideale è identico alla res publica romana, che ha raggiunto
la sua compiutezza attraverso secoli di lenta formazione.
Tendenza conservatrice della dottrina della costituzione
mista
In realtà, nell’analisi ciceroniana la tripartizione dei poteri si risolve in
una più fondamentale bipartizione, tra elemento aristocratico (senato e consoli
insieme) e elemento democratico; a un’interpretazione largamente estensiva
dell’autorità del senato, Cicerone ne affianca una altrettanto limitativa dei
poteri del popolo. Ciò mostra come la dottrina della costituzione mista
ubbidisca in sostanza a una tendenza conservatrice: il mantenimento dei vigenti
rapporti di potere e di proprietà, e la contemporanea garanzia, per i ceti
inferiori, di una voce più o meno nominale negli affari politici.
L’uomo politico ideale: il princeps
Giustificazione dell’imperialismo romano
I protagonisti del De re publica si impegnano, tra
l’altro, in un’approfondita discussione sulla giustizia del dominio romano sugli
altri popoli. L’imperialismo romano è pienamente giustificato in quanto
apportatore di regole di civiltà a popolazioni di per sé incapaci di
autogoverno; di conseguenza vengono sottoposti a una dura confutazione gli
argomenti con i quali il filosofo greco Carneade, in conferenze rimaste famose,
aveva indicato nella sete di rapina la ragione fondamentale dell’espansione di
Roma.
Il Somnium Scipionis
ambizione e brama personale, per trasformare la sua attività in
un servizio nei confronti della comunità, e della divinità che gli impone questa
missione. La promessa di immortalità, alimentata da suggestioni filosofiche
diverse, intende offrire all’uomo politico un sostegno tale da farlo perseverare
nella sua azione anche di fronte all’incomprensione o all’ostilità dei
contemporanei, e insieme risarcirlo di un’esistenza interamente alienata
nell’ossequio al dovere.
La Repubblica
di Platone si chiudeva col mito del soldato caduto in guerra che, tornato in
vita, raccontava quanto aveva visto nel mondo dei morti. Ricercando un superiore
effetto di verosimiglianza, il De re publica di Cicerone si conclude non
con un mito, ma col racconto di un sogno dell’Emiliano, in cui l’avo adottivo,
Scipione Africano, gli era parso condurlo in cielo, per mostrargli di là la
piccolezza e l’insignificanza delle cose umane, compresa la gloria errena, e
rivelargli tuttavia come ai grandi uomini di stato, benefattori della patria,
fosse riservata l’immortalità e una perpetua dimora celeste. Si tratta di un “pezzo” letterario elevatissimo per capacità visionaria. L’insistenza sulla
precarietà delle cose terrene ha la funzione di svuotare l’animo dell’uomo
politico da ogni
Il dialogo De
legibus
Cicerone lasciò incompiuto il dialogo De legibus
(a noi restano i primi due libri e parte del terzo), che doveva affiancarsi al
De re publica come le Leggi alla Repubblica di Platone.
Muovendo da problemi di filosofia del diritto, Cicerone in pratica emanava un
suo codice di leggi per lo stato romano, di stampo sostanzialmente conservatore
e tradizionalistico. Egli suggeriva l’accrescimento dei poteri del senato, ma il
suo “moderatismo” lo spingeva a cercare di “addomesticare” il popolo, evitando
lo scontro frontale.
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4. LE OPERE FILOSOFICHE
Filosofia e rinnovamento sociale
Cicerone compose le sue opere filosofiche nel periodo di
forzato ritiro sotto la dittatura di Cesare, con l’intento di far conoscere ai
Romani i contenuti del pensiero filosofico greco; ai suoi occhi la rigenerazione
etico-politica della res publica richiedeva che la cultura filosofica —
la quale comportava, tra l’altro, una riflessione sui valori che erano alla base
della convivenza sociale — divenisse elemento costitutivo della educazione dei
gruppi dirigenti di Roma e dell’Italia.
Il corpus delle opere filosofiche
Forniamo qui l’elenco delle opere filosofiche di
Cicerone; in seguito daremo una breve caratterizzazione solo di alcune tra le
più significative. Dopo i Paradoxa Stoicorum, del 46 (che hanno più che
altro il carattere di un’esercitazione retorica), tra il 45 e il 44 compaiono,
nell’ordine, la Consolatio per la morte della figlia Tullia, un dialogo
di esortazione alla filosofia, l’Hortensius (di ambedue non restano che
frammenti), gli Academica (“Dispute accademiche”, sulla teoria della
conoscenza), il De finibus bonorum et malorum — “Il sommo bene e il sommo
male” —e le Tusculanae
disputationes (ambedue sui problemi della filosofia morale), il De natura
deorum, il Cato Maior de senectute (sul ruolo degli anziani nella
società romana), il De divinatione (critica delle pratiche divinatorie e
delle varie forme di superstizione diffuse nella società romana), il De
fato, il Laelius de amicitia (sul contrasto tra l’amicizia
disinteressata e l’amicizia come forma di partigianeria poltica), un perduto
De gloria, e infine il De officiis (“Sui doveri”), composto nel
pieno della lotta contro Antonio.
Originalità di
Cicerone
Le opere filosofiche
di Cicerone dipendono largamente dalla produzione di pensatori greci, ma hanno
un taglio profondamente originale soprattutto per ciò che riguarda l’adattamento
del pensiero greco alla situazione romana: a buon diritto egli poteva vantarsi
di avere dato alla sua patria, dopo un’eloquenza in grado di reggere il
confronto con i massimi modelli greci, una letteratura filosofica in forma
artistica.
Forma letteraria delle
opere filosofiche
Per l’esposizione e
il confronto delle diverse dottrine filosofiche, Cicerone seppe infatti trovare
una forma letteraria capace di interessare un pubblico relativamente vasto, e
che non avesse come esclusivi destinatari i professionisti della filosofia — una
forma dialogica accattivante, per cui egli si rifaceva alla tradizione
accademica e peripatetica —; perciò egli insiste moltissimo sulla necessità del
legame tra filosofia ed eloquenza elegante e persuasiva.
Un nuovo modello di filosofo
In precedenza, a Roma la filosofia era appannaggio
pressoché esclusivo di insegnanti greci, il cui status sociale era in
genere poco elevato. Del tutto nuovo è il tipo di impegno filosofico realizzato
per la prima volta da Cicerone: quello del cittadino eminente per cui la
filosofia non è una “professione”, un settore esclusivo di attività, ma uno
degli ingredienti di una vita spesa al servizio dello stato. Si comprende così
che anche i personaggi chiamati a discutere nei dialoghi ciceroniani non siano
filosofi di professione, ma Romani dei ceti elevati: ciò permette di mettere in
rilievo il legame tra filosofia e impegno civile.
La filosofia neoaccademica: scetticismo e libera
ricerca
Per orientarsi tra le diverse posizioni filosofiche in
conflitto, Cicerone si rivolse allo scetticismo della Nuova Accademia, una delle
filiazioni della scuola platonica; uno scetticismo che egli presenta come cosa
ben diversa da un incerto vagolare tra le opinioni: si tratta piuttosto di
impostare una ricerca aperta, libera da preclusioni, tesa a fare emergere, dal
confronto tra le diverse posizioni, i criteri di una morale aliena da certezze
assolute e da un anacronistico rigorismo, ma sufficiente a orientare
correttamente l’azione (è il cosiddetto “probabilismo”: la ricerca non del vero,
che è inattingibile, ma di quanto appare maggiormente probabile e
verosimile).
Oscillazioni e ondeggiamenti nella ricerca filosofica di
Cicerone
Del tutto alieno
dallo spirito di sistema, Cicerone rivendica la legittimità di modificare di
volta in volta le proprie opinioni: la sua produzione filosofica documenta le
tappe e gli ondeggiamenti di questa ricerca.
Soprattutto quando in lui prevalgono le esigenze di
consolazione e di conforto (come nelle Tusculanae), oppure quando avverte
più acutamente la necessità di dare nuovo e più credibile fondamento ai valori
tradizionali (come nel De officiis e in parte nel De finibus),
Cicerone si sforza di superare una critica puramente “corrosiva”, per orientare
la sua ricerca verso uno sbocco positivo: sostanzialmente la commistione di un
generico platonismo con uno stoicismo indebolito nelle pretese dogmatiche ma
ritenuto, per la sublimità della sua visione dell’ordine del cosmo e per la
nobiltà degli atteggiamenti che promuove, una guida rigorosa e seducente alla
rettitudine del comportamento.
Il De finibus bonorum et
malorum
Nel De finibus bonorum et malorum la demolizione
delle pretese dei sistemi filosofici contrapposti permette tuttavia di stabilire
tra essi una gerarchia. L’epicureismo viene ripudiato con decisione, per il suo
edonismo materialistico e perché si fa promotore di un’atteggiamento di
astensione dall’impegno nella vita pubblica; dello stoicismo vengono criticati
il dogmatismo, l’esasperato rigorismo morale, la pretesa della radicale
indifferenza del saggio rispetto a tutte le contingenze esterne (come la
malattia o la salute, la libertà o l’asservimento della patria); ma viene anche
sottolineata la nobiltà con la quale la dottrina stoica identifica il bene
supremo con la virtù. Non sembrano soddisfare totalmente Cicerone nemmeno altre
correnti di pensiero, che tentavano di conciliare l’intransigenza morale degli
stoici con la maggiore apertura umana della filosofia accademica e
peripatetica.
Le Tusculanae disputationes
Dopo l’inquadramento
teorico della problematica morale fornito nel De finibus, le
Tusculanae si occupano di questioni di etica pratica: il modo di
fortificare la personalità di fronte al timore della morte e del dolore, e di
fronte all’assalto delle passioni. Le Tusculanae rispecchiano uno stato
d’animo profondamente angosciato, e bisognoso di consolazioni d’ogni sorta
(Cicerone soffriva sia per la recente scomparsa della figlia, sia per
l’oppressione della dittatura); proprio la forza dell’anelito consolatorio
indirizza la ricerca, ben più che in altre opere (per es. nel De
divinatione, dove è fortissimo l’afflato dello scetticismo “illuministico”),
verso esiti “affermativi” che ben poco conservano delle originarie istanze
critiche del metodo neoaccademico.
Il bisogno di consolazione nelle
Tusculanae
Dominato dal disgusto per una vita piena di sofferenze, Cicerone si muove tra il bisogno di immortalità, che lo spinge verso una vaga religiosità di tipo platonizzante, e la considerazione che anche la prospettiva del totale annientamento non esime dal disprezzo per la morte e dall’amore per la virtù. Nonostante vengano mantenute ferme alcune ragioni fondamentali di dissenso, la convinzione della necessità dell’assoluto dominio delle passioni da parte della ragione avvicina Cicerone al rigorismo stoico quanto lo allontana dalla sua più consueta simpatia per l’ampia, umana tolleranza dei peripatetici. Egli ora sembra infatti accettare la tesi secondo cui l’animo è indifferente alle cose esterne. La svalutazione dell’esistenza in ogni suo aspetto sbocca nell’elogio di una sapienza che, trincerata in se stessa nell’attesa della liberazione della morte, sola sa sollevarsi al di sopra delle bassezze e dell’infelicità della condizione umana.
Il De officiis: una
morale per la società
romana
L’ultima delle opere filosofiche di Cicerone, il De
officiis, non è un dialogo, ma un trattato indirizzato alla formazione
etico-politica della gioventù e alla costruzione di un modello di comportamento,
pubblico e privato, per i futuri membri della classe dirigente. Cicerone pose a
fondamento del De officiis lo stoicismo riformato, più aperto e
“mondano”, di Panezio, che rispondeva al suo bisogno di dare nuova fondazione ai
valori tradizionali, di addolcirne l’intransigenza senza sottoporli a una
critica dissolutoria. Il De officiis è un’opera per certi aspetti
bifronte: per quanto largamente aperto ai problemi di una società moderna, e a
un notevole pluralismo dei modelli di vita, per altri versi il trattato si
rivela profondamente intollerante, dominato dalla radicale chiusura ai ceti meno
abbienti e dalla riproposizione in toni autoritari dei princìpi etico-politici
dell’antica res publica aristocratica. Durissima è la polemica contro il
morto Cesare, presentato ai ceti possidenti come un tiranno eversore, avido di
confische e di rapina.
5. L'ARTE ESPRESSIVA DI CERONE COME PROSATORE
I procedimenti del periodo ciceroniano
Come abbiamo già accennato, Cicerone privilegiava,
nell’eloquenza, uno stile capace di esercitare un forte impatto emotivo sugli
ascoltatori. A questa intenzione va ricondotta la sua “magniloquenza”, criticata
dagli atticisti, e che si esprime, prima ancora che nel ricorso alla copia
verborum (“abbondanza di parole”, che spesso significa ridondanza espressiva
al fine di ribadire un concetto) e alla amplificatio (la “dilatazione” di
un concetto, al fine di farlo apparire più grandioso, maestoso, o spaventoso),
nella sapiente costruzione del periodo prosastico, che nella letteratura latina
è essenzialmente una innovazione ciceroniana. Ispirandosi soprattutto ai modelli
di grandi oratori greci come Isocrate e Demostene, Cicerone eliminò la paratassi
(“coordinazione”) tipica della prosa arcaica a favore della ipotassi
(“subordinazione”), e costruì un periodo ampio e armonioso, basato
sull’equilibrio e sulla rispondenza delle parti.
Creazione di un lessico
filosofico latino
Nella prosa retorica
e filosofica Cicerone sfruttò ampiamente lo stile che aveva elaborato per
l’eloquenza. Ma, particolarmente nella filosofia, egli dové cimentarsi anche con
la povertà espressiva del latino, di per sé inadatto a rendere adeguatamente
molti termini e concetti del lessico intellettuale greco. Per la traduzione dei
termini greci Cicerone si impegnò in un’accanita sperimentazione, che ebbe come
risultato l’introduzione nel latino di molti neologismi che sarebbero divenuti
patrimonio della tradizione intellettuale europea (come qualitas,
quantitas, essentia, e così via).
6. LE OPERE POETICHE
Gli interessi poetici occupano, nel quadro della complessiva produzione di
Cicerone, uno spazio ridotto ma non insignificante. In gioventù, compose
poemetti alessandrineggianti di argomento mitologico e tradusse in latino i
Fenomeni, il poema di didascalica meteorologica del poeta
ellenistico Arato; successivamente tradusse anche la seconda sezione del poema
di Arato, i Pronostici (della traduzione, condotta con un gusto
sostanzialmente enniano che però non si preclude sporadiche raffinatezze
“preneoteriche”, restano porzioni di una certa estensione). Dalla sua esperienza
di uomo politico, Cicerone si sentì tuttavia spinto soprattutto verso l’epica di
argomento nazionale: compose, sempre in stile enniano, un poema sul proprio
consolato e sulla lotta contro Catilina, i cui resti lasciano intravedere
barocchismo e ridondanza stilistica, e uno sulle gesta di Gaio Mario.
7. L'EPISTOLARIO
Di Cicerone ci sono pervenute numerosissime lettere,
suddivise in diverse raccolte: Epistulae ad Atticum (a Tito Pomponio
Attico, l’amico di tutta la vita, in 16 libri); Epistulae ad familiares
(amici, parenti, personaggi coi quali Cicerone intratteneva relazioni, in 16
libri); 3 libri di Epistulae ad Quintum fratrem e 2 libri (il secondo di
autenticità controversa) di Epistulae ad Marcum Brutum. Si tratta di un
epistolario estremamente ricco e vario; accanto ai bigliettini buttati giù in
tutta fretta, abbiamo i resoconti vivaci della vita politica, e anche le
epistole elaborate fino ad attingere la dignità letteraria di veri e propri
trattati.
Documento storico e
psicologico
Permettendo a volte di seguire quasi quotidianamente l’evolversi degli
avvenimenti politici, l’epistolario ciceroniano ha un valore storico
eccezionale; per il fatto di nascere in buona parte da esigenze di comunicazione
privata e personale, esso ci rivela anche gli aspetti più intimi e segreti della
personalità di Cicerone, nella loro maggiore o minore nobiltà. Di nessun altro
personaggio del mondo antico conosciamo così a fondo la psicologia, anche nelle
pieghe più riposte.
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