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Questa la versione dal " De Republica" libro I cap. 9 della XXXII edizione del Certamen Ciceronianum Arpinas.
An sapientis sit rei publicae accipere habenas
Illa perfugia quae sumunt sibi ad excusationem, quo facilius otio
perfruantur, certe minime sunt audienda, cum ita dicunt accedere ad rem
publicam plerumque homines nulla re bona dignos, cum quibus comparari
sordidum, confligere autem multitudine praesertim incitata miserum et
periculosum sit. Illa autem exceptio cui probari tandem potest, quod
negant sapientem suscepturum ullam rei publicae partem, extra quam si
eum tempus et necessitas coegerit? Quasi vero maior cuiquam necessitas
accidere possit quam accidit nobis; in qua quid facere potuissem, nisi
tum consul fuissem? Consul autem esse qui potui, nisi eum vitae cursum
tenuissem a pueritia, per quem equestri loco natus pervenirem ad
honorem amplissimum? Non igitur potestas est ex tempore aut cum velis
opitulandi rei publicae, quamvis ea prematur periculis, nisi eo loco
sis ut tibi id facere liceat. Maximeque hoc in hominum doctorum
oratione mihi mirum videri solet, quod qui tranquillo mari gubernare se
negent posse, quod nec didicerint nec umquam scire curaverint, iidem
ad gubernacula se accessuros profìteantur excitatis maximis fluctibus.
Isti enim palam dicere atque in eo multum etiam gloriari solent, se de
rationibus rerum publicarum aut constituendarum aut tuendarum nihil nec
didicisse umquam nec docere, earumque rerum scientiam non doctis
hominibus ac sapientibus, sed in illo genere exercitatis concedendam
putant. Quare qui convenit polliceri operam suam rei publicae tum
denique si necessitate cogantur, cum, quod est multo proclivius, nulla
necessitate premente rem publicam regere nesciant?
TRADUZIONE
Se spetti al sapiente assumere le redini dello Stato
A quelle scappatoie che fanno proprie come scusa per godersi più
comodamente il loro ozio di certo non bisogna dare alcun ascolto,
allorché così dicono, che alla politica accedono per lo più uomini
indegni di alcunché di buono, con i quali confrontarsi sarebbe
spregevole, venire a conflitto, specie quando la massa è turbolenta,
sciagurato e pericoloso. E da chi mai in fin dei conti potrebbe essere
approvata quella deroga per cui dicono che il sapiente non si assumerà
nessuna parte della cosa pubblica salvo che l'occasione e la necessità
lo costringano? Quasi che a qualcuno possa capitare una necessità
maggiore di quella che capitò a me; nella quale che cosa avrei potuto
fare se allora non fossi stato console? E d'altra parte come avrei
potuto essere console se fin dalla fanciullezza non avessi intrapreso
una carriera percorrendo la quale io, appartenente per nascita al ceto
equestre, potessi raggiungere la più elevata delle cariche? Non è data
dunque facoltà di soccorrere lo Stato occasionalmente e quando tu lo
voglia, anche se esso sia gravato da pericoli, a meno che tu non ti
trovi in una posizione tale che ti sia consentito di farlo. E
soprattutto questo nei discorsi di uomini dotti suole sembrarmi
sorprendente, che coloro che sostengono di non poter guidare una nave
col mare tranquillo, dal momento che né mai appresero quell'arte né mai
si preoccuparono di acquisirne la conoscenza, quegli stessi affermino di
essere pronti ad assumerne il timone quando più infuriano le onde.
Costoro infatti sono soliti dire apertamente e di ciò menare anche gran
vanto che essi non hanno mai né imparato né insegnato alcunché circa le
modalità di organizzazione e conservazione degli Stati, e ritengono che
la conoscenza di tali argomenti sia da riservare non ai dotti e ai
sapienti, ma a coloro che si sono impratichiti in quel campo. Perciò
come può essere ammissibile che essi offrano la loro opera allo Stato
proprio se sono costretti dalla necessità, dal momento che, cosa che
sarebbe molto più agevole, non sanno reggere lo Stato quando nessuna
necessità li incalzi ?
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