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Filippo Cancelli: "Cicerone e i grandi dell'800"

(Il testo integrale della conferenza è stampato dall'editrice "Aracne",
per iniziativa dell'Accademia Ciceroniana di Arpino.)

 

"Cicerone e i grandi dell'Ottocento - Foscolo Manzoni Leopardi": questo è il tema della conferenza che il prof. Filippo Cancelli ha tenuto nella mattinata del 13 maggio ai docenti ed agli studiosi convenuti ad Arpino.

L'illustre cattedratico ha sottolineato come nella letteratura europea ed italiana sia stata "intensa se pur varia" la "suggestione dell'opera e della personalità di Cicerone", "un autore classico", "l'esponente più raffinato di lingua e di stile", "il modello espressivo più alto".

L'Arpinate "ha prodigato, in tutte le letterature e in più sensi, concetti, idee e immagini".
Cicerone è un "fondamento imprescindibile" nel pensiero etico e politico; da lui deriva "il pensiero filosofico in senso stretto"; massime, spunti vari e pensieri di Cicerone "sono citati o ravvisabili in tutti, o quasi, nei grandi e meno grandi, scrittori e pensatori italiani e europei".

Muovendo da questa costatazione il prof. Cancelli ha passato in rassegna i "punti più significativi di pensiero che, per adesione immediata di sentimenti e per consonanza di anime, ebbero o sentirono con Cicerone i tre più grandi poeti, e a lor modo pensatori, dell'Ottocento italiano": Foscolo, Manzoni, Leopardi.
Foscolo "fece larghissimo posto al pensiero di Cicerone".
Il De officiis risulta fondamentale per la sua formazione di dottrina etica.
Le Filippiche "gli furono nutrimento dell'anima".

"Tre richiami o consonanze di pensiero del Foscolo si segnalano particolari con l'oratore romano: la massima sul fondamento della giustizia del De legibus; la esemplarità stessa dell'animo e della vita di Cicerone di essersi dovuto dedicare alle lettere per impossibilità di attendere alla vita politica per tirannide di regime; le esistenziali conseguenze della violazione del segreto epistolare come distruzione della società e della vita civile". Il prof. Cancelli ne ha parlato diffusamente, con dovizia di citazioni. Ha quindi concluso soffermandosi sugli spunti e sulle reminiscenze di Cicerone presenti nel celebre carme foscoliano dei Sepolcri.

Manzoni incontrò l'Arpinate "soltanto in un secondo momento della sua formazione intellettuale e spirituale" e, se non pare che derivò da lui pensieri e sentimenti personali, "lo assunse a voce filosofica di verità ... ne trasse sovente massime, e molte epigrafi, che sono altrettanti contrassegni di stima e di omaggio".

"Per due temi molto particolari si affida il Manzoni tutto a Cicerone: per il rapporto, se non di assoluta incompatibilità, certamente di non identità tra l'utilità e la giustizia; e per la linguistica, precisamente per la parte che ha il troppo o traslato nella formazione e nello sviluppo della lingua.
Un terzo rinvio a Cicerone si scorge ... quando si confuta il principio che premio alla virtù è solo la virtù stessa e non la ricompensa".
E si richiama ancora a Cicerone, il Manzoni, "per la sensibilità degli antichi verso la formale dignità della persona e non della natura umana (insomma, più o solo preoccupata di aspetti giuridici che non umani e morali)".

Leopardi, che "coltivò la filologia classica proprio come "amore della parola" in senso pieno ed assoluto, sì che la poesia, nelle espressioni più alte, è per lui innanzitutto poesia della parola ... doveva trovare e sentire in uno scrittore come Cicerone, altrettanto incantato della sonorità delle parole e dei periodi ritmicamente conclusi, e cullantesi in un'armonia studiata e spontanea insieme, la sua più piena intima consonanza risonanza e ispirazione".
Il prof. Cancelli si è quindi soffermato su alcuni punti più significativi nei quali "il poeta si sentì confortato nei suoi pensieri, in tutto o in parte, e non so se a ragione pienamente sempre, dall'espressione di egual pensiero o sentimento del suo idolo stilistico.

In particolare, concependo il Leopardi la dura realtà della vita e del mondo, se non proprio allietata, resa gradita, o almeno tollerabile, dalle illusioni - il motivo è espresso in infinita variazione - trovò e sentì un'autorità proprio in Cicerone; a lui poi si affidò per avere argomenti sulla vanità della fama e della gloria, sia per la sua inconsistenza, sia, e più ancora, per la sua scaturigine dell'azione politica, difficilmente surrogabile con le lettere; e infine per l'anno grande, (il ritorno ciclico degli astri celesti, dopo millenni, alla stessa configurazione nell'universo), e per la inessenza del dolore e della morte". Leopardi si appellò a Cicerone anche "per il poco valore della veridicità della storia", ritenendo la storiografia influenzata da personaggi eminenti interessati.
Infine, il Recanatese derivò dall'Arpinate "il topos letterario epitafico della vita ridata alla patria".

 

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