XXXVII Certamen Ciceronianum Arpinas

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Via Aquila Romana, 2 Arpino (Fr) - Italy

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Versione e traduzione della XXXVIII edizione

QUID VARRO DE PHILOSOPHIAE PROGRESSU SENSERIT A CICERONE REFERTUR

Tum Varro ita exorsus est: “Socrates mihi videtur, id quod constat inter omnes, primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et de vitiis omninoque de bonis rebus et malis quaereret, caelestia autem vel procul esse a nostra cognitione censeret vel, si maxime cognita essent, nihil tamen ad bene vivendum.
Hic in omnibus fere sermonibus, qui ab iis qui illum audierunt perscripti varie copioseque sunt, ita disputat ut nihil adfirmet ipse, refellat alios, nihil se scire dicat nisi id ipsum, eoque praestare ceteris, quod illi quae nesciant scire se putent, ipse se nihil scire id unum sciat, ob eamque rem se arbitrari ab Apolline omnium sapientissimum esse dictum, quod haec esset una hominis sapientia, non arbitrari sese scire quod nesciat. Quae cum diceret constanter et in ea sententia permaneret, omnis eius oratio tantum in virtute laudanda et in hominibus ad virtutis studium cohortandis consumebatur, ut e Socraticorum libris maximeque Platonis intellegi potest.
Platonis autem auctoritate, qui varius et multiplex et copiosus fuit, una et consentiens duobus vocabulis philosophiae forma instituta est Academicorum et Peripateticorum, qui rebus congruentes nominibus differebant. nam cum Speusippum sororis fillum Plato philosophine quasi heredem reliquisset, duo autem praestantissimo studio atque doctrina, Xenocratem Calcedonium et Aristotelem Stagiritem, qui erant cum Aristotele Peripatetici dicti sunt, quia disputabant inambulantes in Lycio, illi autem, quia Platonis instituto in Academia ( quod est alterum gymnasium) coetus erant et sermones habere soliti, e loci vocabulo nomen habuerunt. Sed utrique Platonis ubertate completi certam quandam disciplinae formulam composuerunt et eam quidem plenam ac refertam, illam autem Socraticam dubitanter de omnibus rebus et nulla affirmatione adhibita consuetudinem disserendi reliquerunt. Ita facta est, quod minime Socrates probabat, ars quaedam philosophiae et rerum ordo et descriptio disciplinae”.

(Rhetorica – Academica, Liber primus,4 )

CICERONE RIFERISCE IL PARERE DI VARRONE SULLA STORIA DELLA FILOSOFIA
(LA SEGUENTE TRADUZIONE NON È QUELLA UFFICIALE)

Allora Varrone così prese a dire: "A me sembra che Socrate – come è convinzione corrente – sia stato il primo ad aver distolto la filosofia da temi reconditi, e dalla natura stessa avvolti nell’oscurità, nei quali tutti i filosofi prima di lui s’erano impegnati, e ad averla indirizzata alla vita comune, così da indagare sulle virtù e i vizi, e in generale sul bene e sul male, e ritenere invece che le cose celesti fossero o lontane dalla nostra possibilità di conoscerle o, anche ammesso che le si conoscesse, tuttavia insignificanti in rapporto al vivere bene.
Costui più o meno in tutti i suoi discorsi che, da coloro che lo ascoltarono sono stati variamente e copiosamente trascritti, disputa in modo tale da non affermare nulla in prima persona, da confutare gli altri, da sostenere di non sapere nulla se non proprio tale cosa, e per questo superare gli altri, perché essi pensano di sapere quello che ignorano mentre lui ciò solo sa, di non sapere, e di ritenere per questo motivo d’essere stato proclamato da Apollo il più sapiente di tutti, perché l’unica sapienza dell'uomo sarebbe proprio questa: non pretendere di sapere ciò che ignora. Tali concetti costantemente esprimendo, e restando fermo in tale parere, il suo discorrere tutto si esauriva nel lodare la virtù e nell’esortare gli uomini a dedicarsi a essa, come si può intendere dai libri dei suoi discepoli, e soprattutto di Platone.
Facendo poi riferimento all’autorità di Platone, che fu versatile e ricco di sfaccettature e abbondantemente produttivo, si costituì un modello di filosofia unico e consonante, pur nelle due designazioni di Accademici e Peripatetici, i quali corrispondendo negli oggetti differivano nei nomi. Avendo infatti Platone lasciato per così dire erede della filosofia il figlio di sua sorella, Speusippo, ma anche due discepoli caratterizzati da straordinario impegno e dottrina, Senocrate di Calcedonia e Aristotele di Stagira, quelli che stavano con Aristotele furono detti Peripatetici, poiché disputavano passeggiando nel Liceo, mentre quelli che secondo la pratica di Platone erano soliti tenere i loro incontri e discorrere nell'Accademia, ( che è un’altra palestra) dal nome di tale luogo vennero denominati. Ma sia gli uni che gli altri, colmi dell’abbondanza di Platone, elaborarono un modello di dottrina per così dire certo, e in particolare compiuto e pienamente articolato, e abbandonarono quella consuetudine socratica di dissertare d’ogni cosa all’insegna del dubbio e senza nulla asseverare. Così si è venuta a creare – cosa che Socrate non approvava per niente - una vera e propria tecnica della filosofia e una gerarchia degli argomenti e un quadro disciplinare”.

 

 

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