XXXVII Certamen Ciceronianum Arpinas

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Via Aquila Romana, 2 Arpino (Fr) - Italy

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La versione

 ELOQUENTIA CULTUS ATQUE HUMANITATIS MAGISTRA

Si volumus huius rei, quae vocatur eloquentia, sive artis sive studii sive exercitationis cuiusdam sive facultatis ab natura profectae considerare principium, reperiemus id ex honestissimis causis natum atque optimis rationibus profectum.
Nam fuit quoddam tempus, cum in agris homines passim bestiarum modo vagabantur et sibi victu fero vitam propagabant nec ratione animi quicquam, sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum divinae religionis, non humani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legitimas, non certos quisquam aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet, acceperat.
Ita propter errorem atque inscientiam caeca ac temeraria dominatrix animi cupiditas ad se explendam viribus corporis abutebatur, perniciosissimis satellitibus.
Quo tempore quidem magnus videlicet vir et sapiens cognovit, quae materia esset et quanta ad maximas res opportunitas in animis inesset hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo meliorem reddere; qui dispersos homines in agros et in tectis silvestribus abditos ratione quadam compulit unum in locum et congregavit et eos in unam quamque rem inducens utilem atque honestam primo propter insolentiam reclamantes, deinde propter rationem atque orationem studiosius audientes ex feris et immanibus mites reddidit et mansuetos.
Ac mihi quidem hoc nec tacita videtur nec inops dicendi sapientia perficere potuisse, ut homines a consuetudine subito converteret et ad diversas rationes vitae traduceret.
Age vero urbibus constitutis, ut fidem colere et iustitiam retinere discerent et aliis parere sua voluntate consuescerent ac non modo labores excipiendos communis commodi causa, sed etiam vitam amittendam existimarent, qui tandem fieri potuit, nisi homines ea, quae ratione invenissent, eloquente persuadere potuissent ?
Profecto nemo nisi gravi ac suavi commotus oratione, cum viribus plurimum posset, ad ius voluisset sine vi descendere, ut inter quos posset excellere, cum iis se pateretur aequari et sua voluntate a iucundissima consuetudine recederet, quae praesertim iam naturae vim optineret propter vetustatem.

LA TRADUZIONE E IL COMMENTO DEL VINCITORE


- ELOQUENZA MAESTRA DI VITA E DI CIVILTA'-

Se vogliamo considerare il principio di questa cosa, che vieni chiamata eloquenza, o in quanto arte o interesse determinata abilità o facoltà derivata dalla natura, troveremo che questo è nato da onorevolissime origini e progredito per ottime ragioni.

Infatti ci fu un tempo in cui gli uomini vagavano nei campi qua e là alla maniera delle bestie e vivevano in maniera selvaggia e non gestivano nulla con la ragione, ma la maggior parte delle cose con la forza fisica, non ancora era praticato il rispetto verso la religione divina, né verso i doveri umani, nessuno aveva visto nozze legittime, nessuno aveva visto figli sicuramente propri, nessuno aveva inteso che utilità avesse una giustizia imparziale.
Così a causa del dubbio e dell'ignoranza l'avidità, cieca e temeraria dominatrice dell'animo, sfruttava per soddisfarsi le forze del corpo, complici pericolosissimi.
In questo tempo, dunque un uomo senza dubbio grande e sapiente, venne a conoscenza di quale materia ci fosse a disposizione e di quanto grandi fossero le potenzialità negli animi degli uomini per raggiungere grandissimi risultati, se qualcuno avesse potuto tirarle fuori e con l'insegnamento renderle migliori: costui radunò e riunì con un certo progetto in un unico luogo gli uomini sparpagliati per i campi e nascosti in rifugi silvestri e inducendo a ciascuna attività utile e onorevole quelli che prima protestavano per la mancanza di abitudine, poi ascoltavano con maggiore interesse per l'intelligenza del discorso, li rese miti e mansueti da selvaggi e bestiali che erano.
E, non mi sembra, dunque, che una saggezza tacita e priva di eloquenza avrebbe potuto fare ciò, ovvero allontanare gli uomini immediatamente dalle loro consuetudini e portarli verso diverse condotte di vita. Suvvia, una volta fondate le città, che imparassero a coltivare la lealtà e mantenere la giustizia e si abituassero ad obbedire agli altri di loro spontanea volontà e considerassero necessario non solo accollarsi delle sofferenze per il bene comune, ma anche perdere la vita, come infine sarebbe potuto accadere, se degli uomini non avessero potuto persuadere con l'eloquenza di ciò che avevano trovato con la ragione? Certamente nessuno se non spinto da un'orazione intensa e soave, potendo moltissimo con la forza, avrebbe voluto sottomettersi senza resistenza alla legge, in modo da sopportare di essere alla stesso livello di coloro tra i quali avrebbero potuto eccellere e da allontanarsi di sua spontanea volontà dalle sue piacevolissime consuetudini, tanto più che oramai a causa del lungo tempo passato mantenevano una forza naturale.

IL COMMENTO

Il brano tratta un argomento molto caro a Cicerone, grande sostenitore dell'importanza dell'arte retorica nella formazione di un cittadino romano.
Il messaggio espresso attraverso la storia narrata è chiaro ed evidente: attraverso l'eloquenza è possibile muovere le masse, convincerle delle proprie idee, porre le basi per nuovi tipi di società, plasmando la volontà degli uomini attraverso un sapiente uso della parola.
Questa concezione della retorica è figlia del tempo in cui vive l'autore, ovvero una repubblica ancora nel pieno del suo splendore, anche se minacciata da continui pericoli ( cfr. Congiura di Catilina), in cui homo novus come Cicerone può emergere dal nulla, ricoprire importanti cariche, fino ad esercitare un'importante influenza sul Senato, grazie soprattutto alla sua integrità morale e alla sua abilità oratoria. La grande fioritura dell'eloquenza in questo periodo e la strenua fiducia dell'oratore di Arpino nelle sue possibilità sono dovute alla libertà di parola e iniziativa di cui godevano gli individui, ma anche al sostanziale regime di caos che vigeva nell'epoca tardo - repubblicana, che portava i cittadini a prendere spesso la parola, proponendo e assicurando cambiamenti, sfidandosi sul piano della dialettica.
Lo stesso Tacito sostiene che l'eloquenza sia come una fiamma che per bruciare ha bisogno di aria e che quindi non sia possibile uno sviluppo di una grande oratoria in un'epoca di soprusi e repressioni come quella in cui visse, tuttavia è preferibile la pace che assicura " l'impero" alla fioritura dell'arte, che proliferava nell'epoca ricca di tumulti e sconvolgimenti precedenti all'avvento di Augusto. L'importanza che Cicerone conferisce all'eloquenza si può collegare alla diffusione delle idee della prima Sofistica in Grecia. E' risaputo che l'autore latino, pur rimanendo un convinto purista del latino e manifestando apertamente il suo disprezzo nei confronti del filo- ellenismo ( cfr. Condanna dei poeti neoteroi come Catullo), sia un profondo conoscitore del mondo greco e delle sue tendenze culturali. Si può ipotizzare che Cicerone sia stato in qualche modo, quindi, influenzato da questo aspetto, ma la sua concezione della retorica ha origine molto più probabilmente romane che greche.
Infatti mentre la Sofistica, in particolare la seconda Sofistica, si orienta verso un vuoto e sterile edonismo della parola, l'oratoria a cuoi pensa Cicerone ha un profondo significato politico, costituendo il motore dei cambiamenti della società verso un continuo progresso.
Da un punto di vista stilistico, il brano ricalca le principali caratteristiche della prosa di Cicerone. Alla paratassi viene preferita di norma l'ipotassi, il che porta ad avere spesso periodi costituiti da numerose subordinate e conferisce al discorso una consequenzialità rigorosa, quasi di carattere filosofico. I lunghi periodi ciceroniani sono organizzati secondo un'architettura rigorosa ed armoniosa, anche se complessa, vivacizzata da numerose prolessi, che movimentano l'esposizione del pensiero, rendendola più incisiva ed efficace.
L'autore ricorre spesso ad antitesi e parallelismi, in maniera da mettere in relazione e a confronto due parti del periodo, rendendo l'argomentazione più semplice ed immediata. Interessante, infine, l'uso che fa l'autore del termine ratio, che assume diversi significati a seconda del contesto, ma che in ognuno di essi conserva al suo interno un'idea di "razionalità", contrapposta alla selvaggia brutalità degli uomini prima della costituzione della società.
Quest'ultima osservazione si può riallacciare ad un discorso più ampio, che riguarda la contrapposizione tra "società" e " stato di natura".
La visione negativa di Cicerone dello " stato di natura", figlia della sua intramontabile fiducia nelle istituzioni civili, entra in contrasto, per esempio, con la visione di un autore settecentesco come Rosseau, il quale vede nella nascita della società l'inizio dell'uomo e nella vita ad essa precedente un modello da seguire utopicamente.
Le concezioni politiche di Cicerone si possono quindi inserire nell'ambito " contrattualistico" che sostiene la validità di una società costruita su un accordo tra uomini che prende il nome di Costituzione e sull'impegno a farla rispettare.

 

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