XXXVII Certamen Ciceronianum Arpinas

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Via Aquila Romana, 2 Arpino (Fr) - Italy

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La Prova

 

Cicero a Philosophia ad Publica Officia Revertitur


Ac mihi quidem explicandae philosophiae causam attulit casus gravis civitatis, cum in armis civilibus nec tueri meo more rem publicam nec nihil agere poteram, nec quid potius, quod quidem me dignum esset, agerem reperiebam.
Dabunt igitur mihi veniam mei cives, vel gratiam potius habebunt, quod, cum esset in unius potestate res publica, neque ego me abdidi neque deserui neque adflixi neque ita gessi quasi homini aut temporibus iratus, neque porro ita aut adulatus aut admiratus fortunam sum alterius, ut me meae paeniteret. Id eni ipsum a Platone philosophiaque didiceram, naturales esse quasdam conversiones rerum publicarum, ut eae tum a principibus tenerentur, tum a populis, aliquando a singulis. Quod cum accidisset nostrae rei publicae, tum pristinis orbati muneribus haec studia renovare coepimus, ut et animus molestiis hac potissumum re levaretur et prodessemus civibus nostris qua re cumque possemus.
In libris enim sententiam dicebamus, contionabamur, philosophiam nobis pro rei publicae procuratione substitutam putabamus.
Nunc quoniam de re publica consuli coepti sumus, tribuenda est opera rei publicae, vel omnis potius in ea cogitatio et cura ponenda ; tantum huic studio relinquendum, quantum vacabit a publico officio et munere.

 

CICERONE TORNA DALLA FILOSOFIA ALLA POLITICA


E senza dubbio la difficile condizione della città mi diede motivo di occuparmi di filosofia, dato che durante le guerre civili non potevo servire la Repubblica come mio solito né fare nulla, né trovavo alcunché di meglio da fare, che fosse quantomeno degno di me.
Dunque i miei concittadini mi perdoneranno, o piuttosto mi ringrazieranno, per il fatto che io, nonostante lo stato fosse in mano di un solo uomo, non mi sono ritirato né lasciato andare né afflitto, né mi sono comportato così come se fossi stato adirato con l'uomo o con le circostanze, né d'altro canto ho adulato o ammirato la sorte altrui tanto da dispiacermi dalla mia. Difatti proprio questo avevo appreso da Platone e dalla filosofia, che certe trasformazioni degli stati sono naturali, cosicché essi sono retti ora dalla persone più ragguardevoli, ora dal popolo, talvolta da singoli individui.
Ed essendo ciò accaduto alla nostra repubblica, allora , una volta privato dagli impegni d'un tempo , ho iniziato a rianimare questi interessi, perché, con questa attività in particolare, anche l'animo fosse sollevato dall'inquietudine ed io giovassi ai miei concittadini in ogni modo possibile.
Infatti nei libri esprimevo il mio giudizio, lo palesavo, consideravo che la filosofia teneva per me il posto dell'amministrazione dello stato.
Ora, giacché si è iniziato a consultarmi riguardo allo Stato, devo prestare sevizio alla Repubblica, o meglio rivolgere ad essa ogni pensiero e preoccupazione; concedere a questo impegno tanto tempo quanto rimarrà libero da pubbliche cariche o funzioni.

COMMENTO DEL VINCITORE


Nel brano Cicerone spiega come le guerre civili e la successiva concentrazione dei poteri in un unico individuo lo abbiano temporaneamente allontanato dalle funzioni pubbliche e gli abbiano permesso così di dedicare il proprio otium alla speculazione filosofica.
Certo l'autore soffre la lontananza dalla politica, ma non si è scoraggiato (come dice esplicitamente), né ha provato invidia per la sorte altrui: al contrario con la filosofia, in particolar modo quella platonica, ha appreso che cambiamenti come quelli verificatesi nella propria epoca a Roma (dopo Cesare nasce l'Impero) sono in qualche modo naturali.
Il riferimento a Platone è particolarmente significativo, perché seguendo l'indirizzo del filosofo greco, Cicerone sembra tornare sulla scena politica non con un impegno attivo, ma con una funzione quasi "consultiva" a metà tra il politico ed il filosofico.
La repubblica dei filosofi è di certo un'utopia, ma la visione ciceroniana di un filosofo (ma già politico ed oratore) a servizio dello stato è interessante perché ritornerà nella storia latina con Seneca, e non è molto lontana dal "Dispotismo illluminato" del '700, pur con le dovute differenze. Dal punto di vista stilistico, seppur nella generale e quanto mai consueta concinnitas, il brano mi appare divisibile in due parti, distinte per il tono dell'enunciato.
La prima parte, dall'inizio fino a singulis (tredicesimo rigo), ha connotazioni prevalentemente narrative, e si snoda in tre periodi articolati e tuttavia regolati da un rigoroso equilibrio e da una sintassi, come consuetudine, paratattica. Si prenda ad esempio il primo periodo, che, chiaro esempio di perfetta concinnitas, ha la seguente struttura: frase principale (con la simmetria ogg-verbo-sogg), subordinata temporale (due infinitive soggettive coordinate+verbo reggente), coordinata alla subordinata precedente spezzata da una relativa caratterizzante. Il secondo periodo è interessante a livello retorico per l'insistita anafora del "neque", che pone uno straordinario accento enfatico sul fatto che l'autore non si è lasciato andare allo sconforto (evidentemente Cicerone voleva attirare una cospicua attenzione su questo punto).
Da segnalare a livello retorico il chiasmo "Dabunt……. cives, vel……..habebunt" teso alla costruzione di un equilibrio simmetrico, e la prolessi "Id enim ipsum" riequilibrata alla successiva epanalessi in forma di infinitiva esplicativa. Ma quello che mi sembra effettivamente rilevante è il cambio di tono che avviene nella seconda parte del brano, riscontrabile nell'uso del plurale maiestatis.

Questo è dovuto al fatto che l'enunciato si eleva a livello contenutistico, perdendo il proprio carattere narrativo ed innalzandosi ad un piano più speculativo e meno concreto, che giustifica dunque l'assunzione da parte di Cicerone di un tono più solenne. Si fanno anche strada preziosità retoriche che rendono in qualche modo "musicale" la lettura come nel caso della clausola "cumque possemus" cioè un dattilo più un trocheo.
E' tipico di Cicerone anche fondere poesia e prosa.
Considerando quanto detto sembra quasi che quest'ultima parte del brano abbia i tratti del Peroratio, e si presenti con una funzione che sta a metà tra il conativo (un'esortazione alla filosofia abbinata al negotium, dunque) ed il didascalico.

XL Certamen Ciceronianum Arpinas

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