XXXVII Certamen Ciceronianum Arpinas

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La traduzione e il commento del vincitore

M. TULLI CICERONIS EPISTULA M. TERENTIO VARRONI DATA POST CAESARIS APUD THAPSUM VICTORIAM NUNTIATAM
( Mense Aprili anni 46 a. Chr. n.)


Tibi idem consili do quod mihimet ipsi, ut vitemus oculos hominum, si linguas minus facile possimus; qui enim victoria se ecferunt, quasi victos nos intuentur, qui autem victos nostros moleste ferunt, nos dolent vivere.
Quaeres fortasse cur, cum haec in urbe sint, non absim quemadmodum tu: tu enim ipse, qui et me et alios prudentia vincis, omnia,credo, vidisti, nihil te omnino fefellit.
Quis est tam Lynceus qui in tantis tenebris nihil offendat, nusquam incurrat ?
Ac mihi quidem iam pridem venit in mentem bellum esse aliquo exire, ut ea quae agebantur hic quaeque dicebantur, nec viderem nec audirem. Sed calumniabar ipse ; putabam, qui obviam mihi venisset, ut cuique commodum esset, suspicaturum aut dicturum, etiamsi non suspicaretur : " hic aut metuit et ea re fugit aut aliquid cogitat et habet navem paratam ". Denique, levissime qui suspicaretur et qui fortasse me optime novisset, putaret me idcirco discedere quod quosdam homines oculi mei ferre non possunt. Haec ego suspicans adhuc Romae maneo et tamen consuetudo diurna callum iam obduxit stomacho meo.
Habes rationem mei consili.
Tibi igitur hoc censeo, latendum tantisper ibidem, dum effervescit haec gratulatio, et simul dum audiamus quemadmodum negotium confectum sit ; confectum enim esse existimo. Magni autem intererit qui fuerit victoris animus, qui exitus rerum ; quanquam, quo me coniectura ducat habeo, sed exspecto tamen.
Te vero nolo, nisi ipse rumor iam raucus erit factus, ad Baias venire. Sed haec to melius ; modo nobis stet illud, una vivere in studiis nostris, a quibus antea delectationem modo petebamus, nunc vero etiam salutem.

Cicerone, Epistulae ad Familiares, lib. IX, 2, 2-5.

 

La traduzione del vincitore "D'Amanti Emauele Riccardo"

Marco Tullio Cicerone scrive una lettera a Marco Terenzio Varrone dopo l’annuncio della vittoria cesariana a Tapso (Aprile dell’anno 46 a.C.)


A te voglio dare il medesimo consiglio che do a me stesso, ovvero di evitare gli sguardi degli uomini, se meno facilmente se ne possano evitare i malevoli commenti; infatti coloro che si inorgogliscono per aver conseguito la vittoria ci guardano come se ci considerassero vinti, coloro, invece, che sopportano con dispiacere la nostra sconfitta si addolorano del fatto che la nostra vita continui.

Mi chiederai per quale ragione,dal momento che è questa la situazione in città, non me ne tenga lontano come te: infatti tu, che hai una saggezza superiore alla mia e a quella di altri, hai personalmente assistito, penso, a tutti gli avvenimenti,(e) niente è del tutto sfuggito. Chi, come Linceo, ha una vista così acuta da non inciampare in nulla seppur fra tante tenebre da non urtare in nessun ostacolo? E, a dire il vero, già prima mi è venuto in mente che è piacevole e utile recarsi in qualche luogo per evitare di vedere le azioni e di ascoltare le parole di chi si trovava nella tua stessa città; il mio pensiero era che, chi mi fosse venuto incontro, come a ciascuno piaceva, avrebbe detto mosso da sospetto,sebbene non lo fosse: “Questo o ha paura e fugge per questo motivo o ha in mente qualcosa e ha la nave pronta”. Infine, chi avesse nutrito debolissimi sospetti o per caso mi avesse conosciuto fino in fondo, avrebbe pensato che io partivo appunto perché i miei occhi non riescono a sostenere la vista di alcuni individui.
Io, proprio perché nutro questi sospetti, mi trattengo ancora a Roma e tuttavia l’abitudine di ogni giorno ha incallito la mia suscettibilità.
Ti ho spiegato il perché del mio comportamento. A te pertanto suggerisco che bisogna nascondersi per tanto tempo nello stesso luogo, finché resta vivo e ardente come una fiamma questo momento di esaltazione, e nello stesso tempo finché ascoltiamo in che modo sia stata conclusa l’impresa, perché credo che sia stata conclusa.
Sarà, poi, molto importante sapere quale sia stato l’animo del vincitore, quale l’esito dei fatti; eppure io so già dove possa condurmi la mia supposizione, ma tuttavia aspetto. Ma voglio che tu mi raggiunga a Baia, se questo gran parlare non si sarà affievolito.

Ma tu giudicherai meglio di me queste cose: soltanto resti fermo per noi il proposito di vivere insieme con i nostri studi, ai quali prima chiedevamo solamente di dilettarci, ma a cui ora chiediamo la salvezza.


Il Commento

Rivolgendosi all’amico Marco Terenzio Varrone, Cicerone lo esorta ad evitare gli sguardi degli uomini, sempre pronti ad esprimersi sulle sventure e, in genere sull’operato degli altri.

I vincitori si mostrano baldanzosi del loro successo, mentre c’è chi mal sopporta - “moleste ferre” - a tal punto la sconfitta dei vinti da augurar loro la fine della vita stessa. Tramite una figura molto cara agli oratori, l’occupatio, Cicerone previene la domanda di Terenzio Varrone circa la sua permanenza a Roma, nonostante così sconvolta - “haec” - sia la situazione nell’Urbe.
Forse l’eventuale domanda di Varrone trova una risposta in quel “qui et me et alios prudentia vincis”.
Come il mitologico Linceo, sebbene abbia visto “omnia” tuttavia nulla è sfuggito a Varrone, che “ in tantis tenebris” è riuscito a schivare ogni ostacolo.
Il Nostro prosegue esponendo una considerazione personale - “ bellum esse aliquo exire” - che sembra quasi richiamare l’incipitario invito ad evitare “oculos hominum, si linguas minus facile possimus”.
La proposizione finale “ut ea quae……audirem” svela l’uomo che ogni cosa farebbe, pur di non restare a vedere e ad ascoltare alcuni individui. E’ proprio vero ciò che ha scritto Tucidide ovvero che “ gli uomini non si rallegrano dei successi degli altri uomini”. Ed è normale che anche quel grande politico, quel grande oratore divulgatore di filosofia provi gli stessi sentimenti che potrebbe provare qualsiasi uomo.
Le epistole ci presentano Cicerone con tutte le sue meschinità, le sue ansie, le sue paure, ma anche e soprattutto con quel profondo senso di humanitas, di benevolentia, di magnanimitas, ci presentano il console che, “domi”, depone ogni maschera dell’ufficialità, per dare voce alle piccolezze dell’esistenza quotidiana, ai tentennamenti e alle incertezze della vita politica, ai retroscena poco edificanti.
Cicerone pensa che su di lui possano cadere i sospetti che il suo spostamento da Roma in seguito alla vittoria di Tapso sia determinato dalla paura o da qualcos’altro. Solo persone non viziate da sospetti e profondi conoscitori del suo animo avrebbero saputo individuare la causa del suo ritiro da Roma: l’incapacità di “sostenere la vista di alcuni individui” !

Dopo aver precisato la “ratio” del suo comportamento, lo scrivente suggerisce all’amico di rimanere nell’ombra nello stesso luogo - “ibidem” -, fino a quando non sarà passato il momento di esaltazione per la vittoria e non si conosca in che modo si sia conclusa l’impresa, dalla cui conclusione Cicerone è pienamente convinto - “confectum enim esse existimo” -.

Il passo si conclude con l’esortazione dell’arpinate all’amico a non raggiungerlo a Baia ( è meglio aspettare che le acque e le linguae si calmino), ma a vivere con gli studi di filosofia. La filosofia, che Cicerone nel “ De officiis” aveva definito “studium sapientiae” e dalla quale prima traeva diletto, adesso è diventata per lui un modo per ottenere la “ salus”.

Sul piano sintattico si noti il “quod” prolettico della proposizione reggente, efficacemente ripreso dall’epanalettico “ut” che introduce la proposizione completiva dichiarativa.
Nel secondo periodo si notino i pronomi relativi posti parallelamente all’inizio di frase e l’uso della parola “victoria” e dei participi “victos” che si rifanno etimologicamente al verbo “vinco” e l’omoteleuto in “victos nos……victos nostros……nos”.
Nell’interrogativa “Quis est… …incurrat?” sul piano stilistico è degna di nota solo l’allitterazione n-t-n “tantis tenebris”, mentre sul piano sintattico il parallelismo che intercorre fra “nihil” nel primo membro della prima frase con l’avverbio “nusquam” della seconda e fra i verbi “offendat” e “incurrat” con valore consecutivo.
Notevole mi risulta l’omoteleuto anche in “Ac mihi quidam iam pridem venit in mentem” che si riscontra anche negli ultimi elementi dello stesso periodo “nec viderem nec audirem”.

La paratassi scorrevole e, in alcuni punti, elementare viene bilanciata da un’ipotassi che tuttavia non tradisce il tono vivo e colloquiale dell’espressione.
Non trascurabili le correlazioni “nec……nec” nella seconda parte del passo e l’antitesi alla ventunesima riga “quamquam……sed tamen” , in cui “quamquam” sottolinea l’opinione soggettiva di chi scrive.
Un altro esempio di antitesi molto efficace si riscontra alla fine dell’ultimo periodo del passo in questione “antea delectationem……nunc vero etiam salutem” in cui viene espresso il ruolo della filosofia nella vita di Cicerone.

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