XL Certamen Ciceronianum Arpinas

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Il commento del vincitore

 

 Elia Rudoni Vincitore della 26ª edizione

E' prerogativa di uomini in ogni senso forti, quali voi avete il dovere di essere, quella di dar prova del proprio valore (tanto grande è, infatti, ciò di cui sono capaci), non temere uno sgarbo della sorte. Ma dal momento che a questa classe non soltanto è richiesta la forza, ma pure la saggezza (anche se non si vede come queste qualità possano essere separate, separiamole tuttavia), la fortezza esorta al combattimento, accende un odio legittimo, costringe alla battaglia, incita ad affrontare il pericolo …. e la  saggezza? Si affida a decisioni più prudenti, è previdente in considerazione del futuro e , sotto tutti gli aspetti, più riguardata. E cosa, dunque, propone?-Bisogna infatti seguire ,e reputarla la migliore,quella risoluzione che sia stata stabilita nel modo più intelligente-. Se il suo comando è di non considerare nulla più prezioso dell'esistenza, e di non scendere in campo se ne va della vita, ma di evitare ogni pericolo, le chiederò: "Anche nel caso in cui sia costretto, quando avrò fatto ciò, ad essere schiavo?" Se poi rispondesse di sì, sia dotta quanto vi pare, ma una saggezza di tal fatta io non potrei starla a sentire, no . Qualora invece abbia risposto: "Ma no, salvaguardia tu la tua vita e la tua persona, i tuoi averi, il tuo patrimonio, ma a questa condizione: che tu posponga tutti questi beni alla libertà e intenda servirtene solo a patto che tu possa farlo in uno Stato libero, e sia disposto a gettar via non la libertà a vantaggio di questi, ma questi in nome della libertà, quasi fossero la prova di un'ingiustizia",bene,allora mi sembrerebbe di ascoltare la voce della saggezza e mi sottometterei a lei come a un dio. Pertanto, se, reintegrata quella gente, possiamo essere liberi, si vinca l'odio e si tolleri la pace; ma se con la loro incolumità nessuna tranquillità può sussistere, rallegriamoci che ci sia stata offerta l'opportunità di combattere: infatti, o, morti costoro, godremo della vittoria dello Stato,o, quand'anche sconfitti (ma Giove storni questo funesto presagio!), vivremo:  non col respiro,ma nella gloria della nostra virtù.

La ciceroniana cura per la simmetria e il bilanciamento delle parti è pure evidente. Per limitarci alla parte iniziale, si noti l'insistere su una struttura quadripartita; la prima frase è divisibile in quattro gruppi di quattro parole, separati da virgole: est-omnino-fortium-virorum,/ quales- vos-esse-debetis,/ virtutem-praestare-tantum-enim-possunt(l'enim, sempre posposto ad almeno un termine,funge quasi da enclitica)/ fortunae-culpam-non-extimescere (qui, invece, il non non è proclitico-cfr. greco ouk. perchè pronunciando il discorso l'oratore dovrebbe accentuare, evidenziandolo, il non stesso, in quanto esso designa una qualità costitutiva che si intende attribuire all'uditore di cui si vuole captare la benevolenza.
Inoltre, ancora di quattro membri è la climax che segue, nel periodo successivo, alla solita struttura non…solum, verum etiam destinata a mettere in primo piano il secondo termine rispetto al primo -da notare la finezza del chiasmo ad confligendum impellit , vocat ad periculum che dà al discorso un andamento più mosso ed inaspettato, come se Cicerone stesse improvvisando sul momento,spinto solo dalla sua convinzione interiore.
Molto interessante, sempre il periodo che va da sed quoniam  fino a periculum, per altro motivo. Se il quoniam introduce una causale di cui fortitudo iubet è la principale, allora questa principale non è conseguenza della 'causa' espressa dalla causale; se invece fortitudo iubet (per inciso nota la struttura metrica di fortitudo dimicare:-v-x-v-x) è coordinata a sapientia postulatur(la traduzione sarebbe "se la saggezza… e d'altra parte la fortezza…), allora non ci sarebbe una principale.
Il motivo di questa ambiguità, che ho cercato di rendere nella mia traduzione inserendo dei puntini di sospensione e una lineetta, è che Cicerone intende, come detto, dare l'impressione che quanto va dicendo non sia il prodotto di una costruzione retorica, ma lo sgorgare del suo pensiero in maniera "pura", priva di ornamenti, tanto da lasciare (ma solo alla lettura, non all'ascolto) in un'ambiguità di senso o sintattica. Tutto questo è ben inquadrato in una parte argomentativi in cui il procedere del ragionamento è problematico, aperto a diverse soluzioni in alternativa (forma mentis tipica di chi è abituato, da seguace della dottrina di Antioco di Ascalona- nuova accademia- a disputare in utramque partem, ,.non già per il gusto scettico del dubbio ma per cercare di giungere a qualche risultato positivo, "probabile"). Per fare questo, Cicerone, come altre volte ha già fatto (ad es. nella Pro Caelio)ricorre ad una specie di Prosopopea o Personificazione: porge direttamente una domanda alla sapientia , che, indirettamente, risponde.
Di estremo interesse notare come il " parendum est enim…quod sit sapientissime constitutum"che si colloca nel contesto di una contrapposizione tra una fortitudo che esorta all'azione e le istanze di una sapientia più riflessiva(contrapposizione che non esclude un loro accordo), ricordi quella che sarà la sentenzadi Sallustio all'incipit del De coniuratione (più o meno: "primum consulto ubi consuleris mature facto opus est": b.Cat.I). Ricorre due volte il termine libertas, due liber, un'insistenza che non può che essere voluta. La parola, tra l'altro, è composta da sillabe lunghe: quando viene pronunciata libertate o libertatem, il ritmo ha un rallentamento, e il nome riceve notevole risalto, stagliandosi nel contesto generale come il termine designante il cardine concettuale dell'intera opera(cfr. Virgilio, Bucoliche,I, proprio a proposito di Roma: "Et quae tanta fuit Romam tibi causa vivendi?/ Libertas, quae…").
Tipico di Cicerone è il riferimento al sacrificio personale come missione politica  a lui destinata. Da notare come, sebbene i riferimenti agli Dei siano diversi (deo paream, Iuppiter avertat) il riferimento finale ad una perpetuazione della vita nella gloria della virtù non sembri alludere ad un'esistenza ultraterrena, in apparente contrasto con il Somnium; interessante, tanto è l'odio per Antonio, che anche una pace (ed è noto quanto Cicerone aborrisca la guerra civile, memore degli anni sillani) col triumviro sarebbe da sopportare ("pacemque patiamur", con allitterazione). Subito dopo pax si parla di otium, che è una designazione restrittiva (cfr. Pro Sextio. "cum dignitate otium").

 

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