XXXVII Certamen Ciceronianum Arpinas

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Via Aquila Romana, 2 Arpino (Fr) - Italy

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La versione e il commento del vincitore

DOVERI DEL GIUDICE SAGGIO
Non devo dubitare, o giudici, che nel caso venga a voi sottoposta qualche causa di questo tipo, cioè di uno che non è vincolato dalla legge, anche qualora sembri che costui sia odioso o malvisto da molti, anche qualora lo odiate, anche qualora malvolentieri siate intenzionati ad assolverlo, tuttavia lo assolviate e obbediate alla vostra coscienza piuttosto che all’odio. E’ infatti dovere del giudice saggio pensare che gli è concesso dal popolo romano tanto quanto è assegnato e affidato, e ricordarsi che non gli è stato dato solo il potere di decidere, ma che è stata in lui riposta anche la fiducia; poter assolvere uno che odia, condannare uno che non odia, e pensare sempre non ciò che lui stesso vuole ma ciò che la legge e l’onestà professionale impongono; osservare bene con quale legge l’accusato viene convocato in giudizio, nei confronti di quale imputato istruisce il processo, quale fatto sia esaminato nell’istruttoria. Come bisogna esaminare questi aspetti, così invero è proprio dell’uomo nobile e saggio, o giudici, ciò, ossia, avendo preso la famosa tavoletta per giudicare, non credere di essere solo né che gli sia permesso qualsiasi cosa desideri, ma avere ben presenti come consiglieri la legge, la coscienza, l’imparzialità, l’onestà; rimuovere invece l’abuso di potere, l’odio, la malevolenza, la paura e tutte le bramosie, e stimare moltissimo la consapevolezza della sua ragione, che abbiamo ricevuto dagli dei immortali e che non può esserci strappata; se avremo questa per tutta la vita come testimone di ottime decisioni e azioni, vivremo senza nessun timore e con grandissima onestà. Se Tito Attio avesse conosciuto o pensato queste cose, certamente non avrebbe neppure tentato di dire ciò che con molte parole ha discusso, cioè che è necessario che un giudice decida ciò che a lui pare opportuno e non sia vincolato dalle leggi. In merito a queste questioni, mi sembra di aver detto poco in proporzione alla dignità dell’argomento, abbastanza per il vostro buonsenso.
 
COMMENTO DEL VINCITORE
Magistrale passo della “Pro Cluentio”, il testo bene mostra quell’ “ars retorica” che tante volte, nelle opere giudiziarie, ha trovato complessa e compiuta articolazione. E’ il Cicerone avvocato che parla e attacca con un efficace espediente retorico: il “Non debeo dubitare” ( che suona tanto come “Non devo certo dubitare”) regge l’apodosi di un periodo ipotetico di 2° tipo, le cui protasi da un lato chiariscono la premessa della situazione in analisi (..si[…] qui lege non teneatur…), dall’altro, con una sequenza anaforica, prevengono i possibili atteggiamenti dei giudici, sconfessandone la faziosità. A suggello della costruzione vi è la coordinata copulativa all’apodosi che introduce due differenti categorie (che verranno poi sviluppate nel corso del testo) distanti tra loro tanto nel significato quanto nello spazio, essendo quasi agli antipodi della coordinata: religio e odium. Non esiste via di mezzo o compromesso: da una parte la lex, dall’altra la libido, la “pulsionalità” emotiva che acquista varie forme, provocando il deleterio coinvolgimento della soggettività, là dove ci si appella al carattere oggettivo ed imparziale della decisione. E qui Cicerone chiama in causa il popolo romano, collocando nella sacralità della communitas l’appello al senso di responsabilità di ciascun giudice che si definisce sapiens: con la correlativa non solum…verum etiam, Cicerone vuole infatti sottolineare che il ruolo del giudice non si esaurisce nell’esercizio di un potere insindacabile che faccia dell’arbitrio spregiudicato la sua forza, ma rimanda ad un compito sociale complesso che la collettività ha affidato ai magistrati sulla base della fides riposta in loro; sono le due infinitive successive (posse…absolvere e quem …condemnare) che bene chiariscono ciò che l’autore ha voluto dire: se, infatti, il principio ispiratore della sententia giudiziaria è quello dell’imparzialità eticamente orientata, risulta possibile per un giudice trovarsi a condannare persone verso le quali non prova odio e assolvere individui, a suo giudizio, invidiosi o offensi, ma che si lege non teneantur non possono essere dichiarati colpevoli; nella terza infinitiva (et.. cogitare) costruita con il parallelismo avversativo (sed) delle subordinate, Cicerone esplicita la netta contrapposizione tra la volontà soggettiva del giudice (quid velit ipse) e un rigore morale autentico e inalienabile (quid lex et religio cogat). E’ da questi principi che il giudice deve farsi guidare e a cui deve ispirare il carattere rigoroso e attento della sua azione nelle varie fasi di essa (rese con giustapposizione asindetica delle interrogative indirette rette dall’infinito animadvertere).
 
Illustrata quale debba essere la linea d’approccio alla materia giudiziaria, Cicerone, con una costruzione correlata
(cum..tum) contenente un secondo vocativo dopo quello dell’esordio, è ora pronto a definire nel suo complesso la personalità del giudice che, non a caso, è definito homo ( e che rispetto al sintagma sapientis iudicis si arricchisce dell’aggettivo magnus). L’autore ritrae il magistrato nell’atto stesso in cui si concreta il suo operare: la presa della tavoletta su cui scrivere le sentenze, per sottolineare con chiarezza il carattere rappresentativo della sua funzione: è nel perseguimento del bene collettivo che deve realizzarsi un’attuazione equilibrata e integra nella norma, che di conseguenza non può essere motivata da desideri di carattere personale. E qui Cicerone giunge al culmine del suo intervento dando prova tanto di electio quanto di dispositio verborum: è una costruzione chiastica (infinito+oggetto, oggetto+ infinito) costruita con la figura retorica dell’accumulazione asindetica a contrapporre le due categorie di bene e male, relative all’ambito giuridico, preannunciate all’inizio del brano. A rafforzare il contrasto è l’accento posto da Cicerone sulla fiducia che il giudice deve riporre nella sua coscienziosità professionale -se ispirata dai parametri descritti-: l’autore, servendosi di due relative con il poliptoto, eleva la preziosità della facoltà di giudizio critico, in quanto dono degli dei e per questo da noi inscindibile. Cicerone allarga poi la sua riflessione dall’ambito giuridico a quello esistenziale, teorizzando che, qualora la coscienza critica accompagni le nostre decisioni e le nostre azioni, è possibile condurre un’esistenza improntata all’onestà e priva di timore. L’intera complessità del discorso, strutturato sulle corrispondenze sintattiche, sul parallelismo, sulle clausole ritmiche
(che avrebbero dato una notevole efficacia all’actio), sulla concinnitas, trova ora il suo contrappunto dialettico. Tito Attio infatti, non tenendo conto dei principi fino ad ora esposti da Cicerone, si è dimostrato portatore di una concezione distorta della carica del magistrato, improntata all’arbitrio puro e semplice, svincolato dalle leggi. Risulta però povera la posizione di Attio rispetto al grande discorso ciceroniano, la cui urbanitas compositiva è capace di permovere, finalità ultima e più preziosa dell’oratoria giuridica.  

XL Certamen Ciceronianum Arpinas

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