XXXVII Certamen Ciceronianum Arpinas

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Via Aquila Romana, 2 Arpino (Fr) - Italy

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Traduzione e commento del vincitore

 
 
MA È UN VALENTE GENERALE….
 
La causa è posta in questi termini: la provincia di Sicilia in circostanze difficili e spaventose, è stata mantenuta al sicuro dagli schiavi in fuga e dai pericoli della guerra grazie al valore e alla straordinaria attenzione di costui. Che cosa dovrei fare, giudici? Dove dovrei rivolgere la strategia della mia accusa? Dove dovrei dirigermi? Infatti, a tutti i miei attacchi si oppone, quasi come un muro, la sua fama di buon generale. Conosco l’argomentazione; comprendo dove Ortensio ha intenzione di lanciarsi. Menzionerà i pericoli della guerra, le circostanze critiche in cui versava lo Stato, la scarsezza dei generali; da una parte vi supplicherà, dall’altra specialmente si adopererà secondo il proprio diritto, affinché non tolleriate che un tal comandante venga sottratto al popolo romano dalle testimonianze dei Siciliani, affinché non vogliate che la fama acquisita da generale venga screditata da accuse di avidità. Non lo posso nascondere, giudici: temo che Gaio Verre, per questa singolare capacità nell’arte militare, abbia compiuto impunemente tutte le azioni che ha compiuto. Mi viene infatti in mente quanta influenza, quanta efficacia si ritenne che avesse avuto nel processo di Manio Aquilio il discorso di Marco Antonio. Questi, dal momento che era non solo abile ma anche energico nell’arte del dire, afferrò egli stesso, quasi conclusa l’arringa, Manio Aquilio e lo pose alla vista di tutti e gli strappò la tunica dal petto, affinché il popolo romano e i giudici rivolgessero lo sguardo sulle cicatrici lì ricevute. E contemporaneamente parlò diffusamente di quella ferita che egli aveva ricevuto in testa dal capo dei nemici e mise in una tale condizione coloro che stavano per  emettere il giudizio che questi temettero fortemente che si avesse l’impressione che egli, uomo che la sorte aveva sottratto alle armi dei nemici, nonostante non si fosse risparmiato, si fosse salvato non per ricevere l’elogio del popolo romano, ma per cadere vittima della crudeltà dei giudici. Ora da parte loro viene tentata la medesima strategia difensiva, si persegue lo stesso obiettivo. Sia pure un ladro, sia pure un empio, sia pure il promotore di ogni scelleratezza e vizio: ma è un buon generale, ma è un fortunato e da conservare in vista di tempi difficili per lo Stato
 

COMMENTO
In questo brano, tratto dalle orazioni “Verrinae”, l’intento principale di Cicerone, sostenitore dell’accusa per conto dei Siciliani, è quello di smascherare il tentativo di difesa di Verre, guidata da Ortensio Ortalo, di indurre i giudici a far passare in secondo piano le colpe dell’ex-governatore della Sicilia (sinteticamente ed efficacemente indicate da Cicerone alla fine del brano, con la disposizione a climax ascendente, sottolineato dall’anafora di “sit”, dei termini “fur”, “sacrilegus” e “flagitiorum omnium vitiorumque princeps”). In particolare, a queste colpe la difesa contrappone il “boni nomen imperatoris” guadagnato da Verre per aver tenuto al sicuro la propria provincia dai pericoli della guerra servile (si parla infatti di  “fugitivis” ovvero di schiavi in fuga), un “nomen” che deve essere preservato da ogni accusa. Questa stessa fama di buon comandante è metaforicamente indicata da Cicerone come il muro (“quasi murus quidam”) contro cui inevitabilmente si infrangono i suoi tentativi di attacco (“omnes meos impetus”).
Sul piano retorico-stilistico si nota innanzitutto nella metafora precedente, il procedimento tipico di Cicerone, per il quale una metafora, appunto, viene ottenuta per mezzo dell’uso combinato di “quasi” e “quidam”. Tipicamente ciceroniana è anche la serie di interrogazioni dirette presente all’inizio del passo: Quid agam, iudices? Quo …conferam? Quo me vertam?, peraltro sottolineato dal poliptoto (Quid-quo-quo) del pronome interrogativo. Un’anafora, poi, quella della particella enclitica “-que” e, quindi, della congiunzione “et” riesce a rendere evidente l’impeto con cui l’oratore Marco Antonio, non a caso definito “fortis”, cioè energico “in dicendo”, perorò la causa di Manio Aquilio, facendo prevalere i meriti da questo acquisiti con i pericoli corsi in battaglia sulle accuse che lo riguardavano, creando quindi un precedente, onestamente citato da Cicerone, del tentativo di Ortensio. Infatti “eadem nunc ab illis defensionis ratio viaque temptatur, idem quaeritur”.
 
 
 

 

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