XL Certamen Ciceronianum Arpinas

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Traduzione e Commento della vincitrice della XXXVI edizione Arminio Maria Chiara

Arminio Maria Chiara

Le cause dei fenomeni naturali vanno indagati con il potere della ragione

Se talvolta si dice che da un animale o da un uomo  abbiano avuto origine creature straordinarie, esse forse non ci incutono davvero terrore? Ma non voglio dilungarmi troppo: la spiegazione di tutte quante è una sola. E’ inevitabile, infatti, che qualunque  cosa nasca, a prescindere da quale che sia, tragga dalla natura la propria causa, cosicché, anche se non rientra nell’abitudine, non può tuttavia non far parte della natura. Dunque , se ne avrai la possibilità, ricerca in un fenomeno che non ha precedenti e suscita meraviglia la sua causa; se non ne troverai alcuna, ciononostante dà per certo che nulla può essere accaduto senza motivo  e scaccia  con una spiegazione legata alla natura quella paura che la novità della cosa avrà suscitato in te. Così né un terremoto né un lampo né una pioggia di sassi o di sangue né una stella cadente né la vista delle meteore ti atterriranno.
Se chiedessi le cause di tutti questi fenomeni a Crisippo egli stesso  pur essendo un sostenitore della divinazione, non dirà mai che sono avvenuti per caso e di tutti darà una spiegazione secondo le leggi di natura. Infatti nulla può accadere senza ragione, non accade nulla che  non potrebbe accadere ,e se è accaduto qualcosa che poteva accadere, esso  non deve essere considerato un prodigio; dunque non esistono prodigi. Giacché se bisogna ritenere un prodigio ciò che accade di rado, essere sapiente è un prodigio: ritengo che in effetti una mula abbia partorito più spesso   di quanto non vi sia stato un sapiente. Di conseguenza  si deduce quel principio: non è mai accaduto ciò che non poteva accadere ,ciò che poteva accadere non è un prodigio, quindi non esiste affatto alcun prodigio. A tal proposito si dice anche che un indovino e interprete di sogni miracolosi rispose non da sprovveduto a un tale che un giorno gli aveva riferito come fosse un portento il fatto che a casa sua c’era una serpe avvinghiata attorno a una sbarra. “Ebbene, sarebbe stato un fatto portentoso se la sbarra si fosse avvinghiata attorno alla serpe” disse. E con questa risposta egli dichiarò in modo alquanto chiaro che nulla di ciò che poteva accadere doveva essere ritenuto un prodigio.

COMMENTO

Nel brano, tratto dal De divinatione, Cicerone affronta il tema di come reagire davanti a fenomeni apparentemente inspiegabili e fuori dal comune. In tali situazioni, infatti, la paura spesso si impadronisce della mente e fa sì che si scorgano terribili presagi in realtà infondati. Il primo passaggio della riflessione dell’autore è dedicato  proprio a debellare il rischio che il timore abbia la meglio sulla ragione. Il paragrafo iniziale, infatti , si apre e si conclude con due voci del verbo terreo (terrent  e terrebunt) mentre quello finale presenta un aneddoto con il duplice scopo di tener viva l’attenzione del lettore e di mostrare come si possa giungere a scambiare  particolari insignificanti per prodigi. Sin dalle prime frasi l’Arpinate enuncia la propria tesi, che viene poi ripresa e arricchita nel corso dell’argomentazione: Quicquid enim oritur, qualecumque est, causam habeat  a natura necesse est. Dunque bisogna indagare tale causa per comprendere ciò che accade e, rivolgendosi a suo fratello Quinto , Cicerone adotta degli imperativi futuri con valore iussivo (investigato, depellito e habeto) per invitarlo a superare la paura e tener presente che nulla può accadere per caso (nihil  fieri potuisse sine causa).Man mano che questi spunti vengono sviluppati la sintassi si fa più complessa, con la presenza di strutture sia ipotattiche particolarmente frequenti(subordinate relative  spesso prolettiche) sia paratattiche e un lungo impiego di connettivi logici (nam, igitur) che permettono di seguire passo passo la riflessione .In  alcuni periodi, in particolare, sono presenti coordinate che descrivono situazioni antitetiche, ma accomunate dal fatto di portare a negare l’esistenza di prodigi  ( si veda, per esempio, il  periodo che va da  nec id quodnullum esse portentum).L’attenta costruzione sintattica si evince anche da altri elementi: la proposizione epesegetica nihil  fieri potuisse sine causa, l’interrogativa diretta iniziale (an vero…..dicuntur) tipica dello stile ciceroniano, che coinvolge  con efficacia il lettore , e le due incidentali (ne sim longior con valore finale e qualecumque  est), che rendono il ritmo più vario. La concinnitas emerge dalla corrispondenza tra vocaboli come nova atque admirabili, coniector quidam et interpres,  nec terrae fremitus ….nec faces visae e  aut ex pecude aut ex homin, mentre i chiasmi (id quod non potuerit fieri….quod potuerit, id e causam igitur investigato…si poteris ; si nulla reperies …habeto) rendono armoniosa la struttura dei periodi. Altre figure retoriche significative sono l’omoteleuto fremitus/discessus/ lapideus/ sanguineus e l’allitterazione facta  fortuito. Alla complessità e all’elaborazione a livello stilistico si contrappone l’argomentazione lineare della tesi dell’autore, che si richiama all’ auctoritas del filosofo stoico Crisippo, per sottolineare come ogni uomo d’intelletto non possa essere d’accordo con l’idea che tutto può essere ricondotto  a delle cause di natura: e dunque non esistono prodigi o eventi inspiegabili. Per indagarle , però,  è necessario ricorrere alla  ratio, un termine presente in più  e più passaggi del testo e che sta ad indicare non solo  una spiegazione ragionevole ed oggettiva delle cose, ma anche una teoria  illa igitur ratio concluditur, un principio. E’ ad essa che i sapientes sanno ricorrere davanti agli ostacoli e ai dubbi, se non fosse che essi sono così pochi da essere inferiori al numero dei parti di una mula, animale notoriamente sterile ( si tratta quasi di un adynaton).

 

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