Piergiorgio Parroni: "Attualità di Cicerone"
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Il Colloquium, come ricorda Donatella Fogazzi nella Cronaca del convegno, si è tenuto a New York dal 6 al 9 maggio del 1991 per iniziativa del Centro di Studi Ciceroniani e con la collaborazione della Columbia University e ha avuto per tema "Cicerone in America" (il IX si è svolto nei giorni scorsi a Courmayeur ed è stato dedicato alla presenza di Cicerone nell'Umanesimo europeo).
Il prof. Piergiorgio Parroni
Il titolo "Cicerone in America" può a prima vista sembrare bizzarro e lasciare lì per lì perplessi. Che rapporto ci può mai essere fra Cicerone e il nuovo mondo?
In effetti il cittadino medio americano, richiesto se abbia mai sentito parlare di Cicero, potrebbe rispondere che Cicero è il nome di una città americana a nove miglia a nord di Syracuse oppure l'acronimo di un programma per computer (un programma rivale di un altro denominato Plato ... ), ma ben difficilmente sarebbe in grado di andare oltre. Questa ossevazione di Michael Mooney trova riscontro in quella Maristella Lorsch che scrive: "Cicerone? Che era costui? È domanda che affiora in questi giorni a New York anche in ambienti ove non ce lo aspetteremmo ...
C'è anche chi offre risposte: L'ho trovato sul dizionario. È una guida turistica". Dunque questo convegno ciceroniano in America è stato solo il pretesto per un bel viaggio transoceanico? Ad assistere al convegno ed ora a leggere questi Atti si direbbe di no.
Prendiamo le mosse dal primo saggio che entra in argomento, quello di Meyer Reinhold, dedicato allo studio dell'influenza di Cicerone in John Adams (la prolusione di Ettore Paratore verte su un tema più generale). Ebbene fu proprio con John Adams che Cicerone ebbe una straordinaria fortuna in America: dalla giovinezza fino alla vecchiaia il secondo presidente degli Stati Uniti riconobbe in Cicerone il modello della sua carriera, della sua oratoria, del suo stile letterario ed epistolare, della sua immagine di uomo politico e di statista.
Allorché Adams affermava che "la Legge è qualcosa di eterno che circola nell'universo, in armonia con la Natura" aveva certo presente il De Legibus (2, 4, 8, 10) e così pure quando si faceva paladino del contemperamento dei poteri (monarchico, aristocratico e democratico) doveva avere in mente la dottrina ciceroniana del governo misto, che tanto favore riscosse nel mondo antico (pensiamo a Polibio). Ma di Cicerone Adams ammirava anche la dedizione allo stato, il suo patriottismo, la sua sincera aspirazione ad anteporre il bene comune al proprio tornaconto. D'altra parte la sua ammirazione per Cicerone non lo portava ad una sorta di idealizzazione: dell'Arpinate era disposto ad ammettere la vanità e addirittura la pusillanimità, ma questo non gli impediva di sentirne la grandezza.
Jerzy Axer si sofferma su due protagonisti polacchi della rivoluzione americana, Pulaski e Kosciuszko, i quali portarono in America il frutto dell'educazione ricevuta nella madre patria, che prima delle spartizioni e dell'occupazione straniera aveva fondato l'educazione civica proprio sulle opere etiche e politiche di Cicerone e aveva considerato il latino come lingua comune dello stato plurinazionale. "Non fu un caso, osserva Axer, che il repubblicanesimo polacco, impegnato nella sua ultima battaglia, abbia offerto il suo contributo alla repubblica nascente oltreoceano: le scintille di un fuoco agonizzante contribuirono ad accenderne un altro su una lontana sponda".
L'influenza europea sulla formazione della nascente repubblica americana è messa in luce in gran parte degli altri scritti contenuti in questo volume. P. es. Witold Wolodkiewicz osserva come i padri fondatori (the Founding Father) avevano frequentato quasi tutti le grandi università americane ( Harvard, Columbia, Princeton), esemplate sulle università inglesi, le quali ponavano al primo posto l'insegnamento del latino e del greco.
È per questo che negli scritti dei padri fondatori abbondano i richiami a Cicerone e alla storia di Roma. E la Dichiarazione d'Indipendenza del 4 luglio 1776 si basa su quell'idea di diritto naturale che Jefferson era ben consapevole di attingere, oltre che dal pensiero politico contemporaneo (Grozio, Locke, Montesquieu, Diderot) anche dagli scrittori antichi e in particolare da Cicerone. "Nei discorsi pronunciati prima della proclamazione della Costituzione degli Stati Uniti e delle conseguenti risoluzioni, scrive Wolodkiewicz, si avverte una stretta coincidenza con le riflessioni di Cicerone nel De re publica e del De legibus a proposito delle forme di governo". In sostanza i "padri fondatori" con la loro cultura classica e grazie all'ottima conoscenza di Cicerone "erano ben preparati per svolgere il loro compito storico".
Su questo punto si trovano d'accordo tutti i relatori e anche se qualcuno insiste piuttosto sulle differenze (p. es. Michele Ducos fa osservare che felicità, contratto sociale e diritti dell'uomo, che hanno come presupposto soprattutto la sicurezza e la prosperità materiale, ben poco hanno a che spartire con le "Notions de justice et de raison" presenti nei testi antichi) sono costretti a concludere che l'opera ciceroniana ha contribuito a "formulare principi, a proporre un'ispirazione e un orientamento". Del resto non sarà un caso che i primi rivoluzionari francesi si sentano in qualche modo gli eredi di "colui che si era battuto contro Silla, che aveva piegato Catilina e tenuto testa a Cesare per poi perire per mano di un altro tiranno", come sottolinea Axer.
Pensiero moderno e cultura classica si saldarono allora in un legame inscindibile e costituirono il fondamento di un'ideologia che dalla vecchia Europa si trasferì negli Stati Uniti creando le premesse della nascita della democrazia americana.
L'influenza del pensiero classico, e in particolare di quello ciceroniano, ha dunque radici profonde nella società americana, nonostante che oggi lo studio di Cicerone sia confinato nei "Colleges" in speciali curricula di esclusiva pertinenza di coloro che si specializzano in latino, come rileva Ethyle R. Wolfe. Eppure, a dispetto della presente "sfortuna" di Cicerone, è innegabile, conclude Wolfe, che l'America deve all'Arpinate se "l'ideale di educazione liberale per tutti i cittadini come inalienabile diritto di una società democratica" è ancora così vivo e attuale.
Anche noi ci stiamo avviando sulla stessa strada. Ci apprestiamo a riservare lo studio dei classici a coloro che in seguito avranno commercio con essi, disconoscendone il ruolo formativo. E fra tutti gli scrittori antichi Cicerone, vissuto in un' epoca di tradizione e di crisi, per la lucida coscienza di quanto stava irreparabilmente avvenendo per la forte tempra morale, per il senso dello stato, per la difesa dei diritti inalienabili dell'uomo e del cittadino, è quello che ancora oggi può svolgere meglio questo ruolo, rivelando così tutta la sua attualità: la lettura dei suoi scritti politici e morali è un'occasione per riflettere sulla necessità della concordia ordinum come premessa indispensabile per salvaguardare la pace nella giustizia, sulla militanza politica come servizio, sull'impegno dell'uomo di cultura nell'esercizio della cosa pubblica.
Questo naturalmente non deve significare retorica esaltazione di ideali astratti, ma un'occasione per meditare. Solo così potremo salvare il passato di cui Cicerone è parte così cospicua. Una lezione in questo senso ci viene da un grande studioso americano dei nostri tempi, Berthold Louis Ullman che, come ricorda Vittore Branca, scriveva:"gli studenti possono e devono capire attraverso Cicerone che la vita e gli eventi politico-sociali di oggi non sono fenomeni isolati, solo contemporanei, ma hanno una radice insopprimibile nella natura dell'uomo". Perché prendere per modello proprio Cicerone? Perché, precisava Ullman, "era uomo di intelligenza e di umanità eccezionali, con doti e valori al di la del tempo e dello spazio: ma era pieno di dubbi e di contraddizioni e di debolezze, come ognuno di noi. Per questo, concludeva, possiamo conversare e confidarci con lui".

